domenica 14 settembre 2014
Grande entusiamo per la 21a Straoratorio!
Una bellissima giornata di sole settembrino ha accolto oltre 250 partecipanti alla ormai classica corsa per le vie del quartiere.
A breve l'elenco dei vincitori
Qui trovi le foto della giornata.
domenica 31 agosto 2014
Straoratorio, 21esimo appuntamento
Siamo arrivati alla 21a Straoratorio che si correrà domenica 14 settembre. Non è solo una corsa, ma una camminata per le vie del nostro quartiere. La corsa sarà dei giovani, la camminata per chi ha qualche anno in più nelle gambe. È quindi un appuntamento di gioia e di vita. Di gioia e di vita per il fatto che ci ritroviamo insieme, piccoli e giovani, adulti e anziani, con la volontà di esprimere la vita che più meno giovanilmente pulsa nel nostro cuore e nel nostro corpo, anch’esso dono del Signore.
Sarà pure un segno che dice a tutto il quartiere che a S. Fereolo esiste l’oratorio, che sempre si pone al servizio delle nuove generazioni, per formarle alla vera vita.
Anche per quest’occasione, è stata preparata una nuova maglietta con un nuovo simbolo. Indossandola diremo a tutti che la vita è un cammino sostenuto dalle braccia amorose di un Padre che ci conduce come Lui solo sa fare. Le magliette saranno vendute sabato 6 e domenica 7 settembre, prima e dopo le Messe, ma anche nella stessa mattinata del 14, prima della Straoratorio.
Il programma: alle ore 9,30 raduno nel cortile dell’oratorio per la celebrazione della S. Messa. Subito dopo, lo sparo per la partenza.
Il percorso si svolgerà come in questi anni per le vie del nostro quartiere e potrà essere ripetuto una seconda volta. In oratorio ci sarà anche un punto ristoro.
Al termine, verso le ore 11,45 circa, la premiazione.
Così iniziamo il nuovo anno pastorale
Poiché tutto tace, a me ancora il compito di iniziare, insieme con voi, un nuovo anno pastorale per il nostro bene e perché la nostra comunità parrocchiale continui con sempre nuovo slancio la sua missione a favore del nostro quartiere. Noi infatti viviamo e siamo chiamati a spenderci proprio per questi due scopi. Per noi l’impegno consiste nel diventare sempre più santi, per la nostra comunità nel continuare a rendere visibile e credibile l’amore del Signore. Guardando a questi due impegni dobbiamo dire che
NON C’E’ NIENTE DI NUOVO
Per quanto riguarda noi stessi, dobbiamo dire che ogni anno che passa ci è donato dal Signore, perché abbiamo a diventare quello che siamo per grazia di Dio. Noi infatti in forza del Battesimo siamo santi, ma non basta averlo ricevuto un giorno. Gli anni di vita che ci sono donati devono servirci a far sì che questo germe di santità trasfiguri tutta la nostra esistenza. In una parola siamo chiamati, giorno per giorno, a diventare santi nel nostro stile di vita, e cioè nel rapporto con Dio nostro Padre col lasciarci amare e amandolo sempre di più, nel rapporto con noi stessi cercando di vivere sempre da figli, nei rapporti con gli altri cercando la vera fraternità, in quanto sono nostri fratelli e sorelle. Ogni anno quindi dovrebbe servirci a crescere in santità di vita per essere pronti, quando Dio vorrà, per la gioia che non conosce tramonto: il paradiso.
Per quanto riguarda la comunità parrocchiale dovrebbe, ogni anno che passa, divenire sempre meglio un segno vivo e concreto, amabile e soprattutto significativo, dell’amore della santa Trinità per tutto il quartiere. E questo per la comunità vuol dire servire spiritualmente coloro che frequentano, ma essere segno dell’amore di Dio per tutti i sanfereolini che per diversi motivi non la frequentano o appartengono ad altre religioni.
MA TUTTO E’ NUOVO
Per chi crede veramente nel Signore Gesù, il vivere un nuovo anno pastorale non vuol dire sobbarcarsi la stessa sinfonia noiosa e stancante degli anni passati. Se lo si vede e lo si vive così, è segno che si è capito poco o nulla della vita in genere e soprattutto della vita cristiana. Per la fede che portiamo nel cuore, per l’amore che nutriamo per il Signore Gesù, ogni anno pastorale che iniziamo dovrebbe farci sussultare di vera gioia, potenziare la speranza cristiana, farci crescere nell’amore verso il Signore, la sua Chiesa e verso i fratelli. In tutto questo sta la vera e sempre nuova novità cristiana. Il cristiano infatti è chiamato ogni anno, e di conseguenza ogni giorno, a inabissarsi nella stessa novità di Dio. Più ci si sprofonda spiritualmente in Lui più si scoprono cose nuove, si vive la vita nuova, si cammina verso il meglio che un uomo e una donna possano desiderare.
QUESTA NOVITA’ CI MANCA
Se non percepiamo e soprattutto se non viviamo questa novità spirituale che ogni nuovo anno pastorale ci porta, è segno allora che siamo vecchi nel profondo del nostro cuore. Ciò che dà origine a questa vecchiaia anche se siamo giovani, sta nel fatto che la fede cristiana non ci dice più nulla, è sopportata, il Signore sembra scomparso. La speranza cristiana è sepolta, non ci fa più alzare benevolmente e gioiosamente gli occhi al cielo, non ci fa attendere più nulla di bello. L’amore, sia verso il Signore che verso fratelli, si è inaridito e non si è più capaci di sentire sussultare il cuore fino a piangere di gioia per aver conosciuto maggiormente l’amore del Padre e per aver scoperto che chi ci sta accanto non è un nemico, ma un fratello.
CI AIUTI IL SIGNORE
Consapevoli che non sarà facile far tesoro del nuovo anno pastorale per la crescita della nostra vita spirituale e per una missione sempre più significativa della nostra comunità parrocchiale a favore del quartiere, ci affidiamo al Signore e alla nostra Maria Bambina. Con loro non dobbiamo temere. Essi sono più di noi interessati e impegnati al nostro vero bene e alla missione della comunità parrocchiale.
Da parte nostra apriamo ancora una volta il cuore al Signore che non si stanca mai di compiere meraviglie in chi si abbandona totalmente a Lui con fiducia e amore.
L'anno dell'Eucarestia.... Conclusioni e suggerimenti
Chi ha una certa età si ricorda molto bene come veniva celebrata la S. Messa prima del Concilio: il celebrante iniziava ai piedi dell’altare e solo il chierichetto rispondeva (perché era in latino), mentre i fedeli iniziavano la recita del S. Rosario, interrotto solo al momento della consacrazione e ripreso poi fino al termine.... Era necessario un cambiamento!
L’anziano papa, S. Giovanni XXIII, illuminato ed incoraggiato dallo Spirito, per “aggiornare” la Chiesa, convoca il Concilio Ecumenico Vaticano II che ha la soddisfazione di aprire il giorno 11 Ottobre 1962 con uno stupendo discorso che iniziava con le parole: “Oggi la santa Madre Chiesa gioisce, perché, per singolare dono della Provvidenza divina, è sorto il giorno tanto desiderato in cui il Concilio Ecumenico Vaticano II qui solennemente inizia, presso il sepolcro di S. Pietro, con la protezione della Vergine santissima, di cui oggi si celebra la dignità della Maternità divina”.
Il primo argomento sul quale i padri conciliari sono stati invitati a discutere è stato proprio quello sulla Sacra Liturgia, perché, “è ardente desiderio della Madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia e alla quale il popolo cristiano ha diritto e dovere in forza del Battesimo”. Sulla S. Messa, si afferma: “... la Chiesa si preoccupa che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene per mezzo di riti e preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano istruiti nella Parola di Dio, si nutrano alla mensa del Corpo del Signore, rendano grazie a Dio, offrendo l’ostia immacolata non solo per le mani del sacerdote, ma, insieme a lui, imparino ad offrire se stessi, e, di giorno in giorno, per mezzo di Cristo Mediatore, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro, in modo che Dio sia tutto in tutti”. Vivendo la S. Messa in questo modo, i cristiani (non solo quelli dei primi secoli, ma tutti) vedono nell’Eucaristia il loro Gesù che anima e rafforza la loro vita, riempiendola della gioia della Risurrezione.
Quanto più un cristiano partecipa alla S. Messa, tanto più perfeziona se stesso, preparandosi all’incontro finale col Redentore e questo viene ricordato ogni volta che risponde alle parole del Celebrante: “Mistero della fede” con: “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta!”. Partecipando in modo giusto alla S. Messa, si fa la migliore preparazione alla morte che è la cosa più importante di cui dobbiamo preoccuparci in questa vita. Ecco perché Gesù, quando ha istituito l’Eucaristia, ha raccomandato: “Fate questo in memoria di me!”; ed ecco perché i primi cristiani (ma dovrebbe essere così anche per noi) dicevano che non potevano vivere senza “celebrare il giorno del Signore”. Non partecipare alla S. Messa nel giorno del Signore è come essere uno studente che, pur vedendo che si avvicina sempre di più il tempo degli esami, tuttavia si preoccupa solo dello svago e non di prepararsi per essere promosso.
Sentite cosa dice un’animatrice di un gruppo di cresimandi: “Eucaristia significa ‘grazie!’ È una parola che noi cristiani dovremmo ricuperare, perché è importante ringraziare Dio per tutto quello che ci circonda e che noi siamo, ed il modo migliore e sicuramente a Lui gradito è l’Eucaristia. Molte volte sono stata tentata di non andare a Messa perché la notte prima ero rimasta fuori fino a tardi con gli amici, ma sono sempre riuscita ad alzarmi in tempo per arrivare alla celebrazione. Devo ammettere che non tutti i giorni ho la stessa voglia di partecipare all’Eucaristia, per qualche problema domestico o per gli amici o per il lavoro ma, se riesci a mantenere un dialogo con Lui, senza volerlo ti lasci coinvolgere dalla celebrazione. La pausa che noi cristiani facciamo durante la settimana, la facciamo con l’Eucarestia, è il momento in cui chiediamo a Dio perdono per le mancanze commesse, gli chiediamo la forza per poterlo seguire meglio nella prossima settimana, lo preghiamo per la pace, per la Chiesa, ascoltando il suo messaggio che ci viene dalla Bibbia, ed accettando il suo invito al Banchetto Eucaristico. L’Eucarestia è un sacramento e noi cristiani non dobbiamo sottovalutarlo anche perché, per mezzo suo, vediamo la mano di Dio Padre sul mondo. Grazie all’Eucarestia e vivendola in comunità posso recuperare le forze per seguire meglio Gesù e ricordare che Egli ci ha reso possibile credere che esiste una vita nuova, se mettiamo in pratica ciò che ci ha insegnato!”.
Un giovane universitario di 24 anni dice:
“Per me, l’Eucarestia è un luogo d’incontro, un momento speciale per entrare in relazione con Gesù, la cui vita, morte e risurrezione sentiamo importante per noi, anche se siamo annoiati, stanchi, Lui c’è sempre. E’ un incontro con il Dio, padre di tutti, che ci mostra Gesù che muore e risorge per noi.
E’ un incontro con i fratelli per essere comunità credente e cristiana che si relaziona con il suo Dio. E’ anche un incontro con noi stessi, perché questa relazione con Gesù, questo incontro con Dio e con i fratelli, ci trasformi, ci aiuti a maturare e a migliorare sia come persone sia come credenti.
E’ da questa esperienza di incontro che scaturisce per me la convinzione dell’andare a messa non come obbligo, ma come necessità, come il mangiare.”
AIl’Eucarestia domenicale noi portiamo la vita della settimana che abbiamo appena concluso e riceviamo la forza per la nuova settimana che inizia.
Ogni domenica riceviamo forza dalla parola del Signore, dalla comunione con il corpo e sangue di Cristo e dalla compagnia dei fratelli di fede.
E così, rinnovati, ringiovaniti, torniamo alla nostra vita di tutti i giorni, per ripetere nei nostri ambienti i gesti di Gesù che abbiamo ricordato, torniamo alla nostra vita rafforzati, pronti ad essere come Gesù!
La messa domenicale è una pentecoste in cui lo Spirito di Dio ci dona vigore ed energìa per essere testimoni di Cristo morto e risorto, perché, quando si esce dalla chiesa, dopo aver partecipato alla S. Messa, il sacrificio di Gesù è terminato, ma inizia il nostro.
E il nostro sacrificio è quello di continuare la missione di Gesù nel mondo d’oggi, e sappiamo che la missione di Gesù è quella di “andare contro corrente” come, del resto, Gesù stesso ci ha avvisato: “Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”....
Facendo quello che farebbe Gesù se fosse al nostro posto, noi diventiamo sempre più simili a lui e, passando gli anni della nostra vita, noi arriviamo al termine con una somiglianza talmente fedele a lui che il Padre ci riterrà degni di entrare nella sua casa (il Paradiso).
Quindi la vita di un cristiano che frequenta la Chiesa nella Messa domenicale non deve essere continuamente impostata nella ricerca delle comodità, nell’illusione di renderla più facile; Gesù ci ha dato un altro esempio: “Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte ed alla morte di croce. Per questo, Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome...”
I santi sono diventati tali perché hanno avuto il coraggio di seguire l’esempio di Gesù, rinunciando a tanti loro “diritti”. Un esempio molto chiaro l’abbiamo in papa Francesco: ha rinunciato a tanti privilegi ai quali aveva diritto ed ha scelto di vivere a contatto con tutti e, quando appena può, anche con quelli più poveri ed emarginati.
Queste scelte le compie perché si chiede sempre: “Se Gesù fosse al mio posto, cosa farebbe? Cosa direbbe? Come si comporterebbe?”.
Cari cristiani, se veramente vogliamo salvare la nostra anima, dobbiamo avere anche noi il coraggio di rinunciare a certi diritti, più presunti che reali. Anche papa Francesco aveva diritto alle sacrosante ferie, ma vi ha rinunciato, può benissimo riposarsi (le ferie devono solo servire a questo!) stando a Roma, rinunciando a certi impegni non proprio necessari: scelta condivisa da Gesù!
L’abbiamo sentito in questo anno dedicato all’Eucarestia, che Gesù ha istituito l’Eucarestia proprio per aiutarci a vivere la nostra vita come la vivrebbe lui se fosse al nostro posto. S. Paolo diceva: “Vivo io, ma non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me!” Chi ci osserva, dovrebbe poter capire che noi siamo figli di Dio, di passaggio su questa terra ma diretti verso la Patria celeste. Le persone di altre religioni che la Provvidenza ha attirato nelle nostre comunità per motivi economici, ci osservano e, se vedono in noi dei buoni esempi, possono anche venire attirati dalla nostra Religione. Gesù ci invita, quindi, ad essere missionari nelle nostre comunità multiculturali, cerchiamo di non tradire questa fiducia e ricordiamo quello che diceva S.Agostino: “Animam salvasti, animam tuam praedestinasti” cioè “Hai salvato un’anima, hai predestinato la salvezza della tua” (cfr. Javler M. Suescum: Mi annoio a Messa! Ed. Paoline)
Dopo un anno sull’Eucarestia, penso che si potrebbero tirare delle semplici conclusioni pratiche:
Quando veniamo in Chiesa non per fare una semplice visita, ma per partecipare alla S. Messa, dovremmo essere presentabili, come se andassimo ad un’udienza con un personaggio importante (papa o vescovo).
Mentre ci si reca in Chiesa, è necessario preparare il proprio cuore a questo appuntamento così importante con Gesù.
Cercare di arrivare sempre con qualche minuto di anticipo.
Scegliere un posto più vicino all’Altare e, possibilmente non vicino a persone che si conoscono per evitare chiacchiere inutili e distruttive.
Inginocchiarsi, alzarsi e sedersi assieme agli altri per dimostrare che l’Assemblea forma un corpo solo.
Ricevuta la S. Particola, approfittare degli istanti di silenzio per ascoltare e parlare con Gesù, chiedendogli gli aiuti per la prossima settimana.
Ricevuta la benedizione finale della S. Messa, se si ha tempo, ci si può benissimo fermare ancora qualche minuto in Chiesa.
Entrando in Chiesa, casa di Dio, la prima cosa da fare è quella di salutare il Padrone di casa (il Signore) perché è lui che ci ha chiamato ed è anche segno di educazione...
sabato 28 giugno 2014
Nel nome del Signore andiamo avanti!
L’omelia che il parroco ha tenuto durante la Messa solenne in occasione della chiusura dell’anno pastorale 2013 - 2014.
Siamo qui raccolti attorno all’altare per celebrare l’amore del Signore ma anche per chiudere l’anno pastorale. Lo chiudiamo come parrocchia, ma anche come Caritas parrocchiale, come oratorio e come attività sportiva.
Chiudere un anno pastorale che cosa vuol dire? Vuol dire che andiamo in ferie, che chiudiamo per fallimento, per mancanza di lavoro? No, e poi dico ancora no, in modo assoluto.
E’ vero che i tempi passano, le situazioni si evolvono, e oggi non siamo più quelli di ieri. La comunità parrocchiale non chiude per ferie. La Caritas parrocchiale nemmeno, tanto meno l’oratorio e così pure la nostra attività sportiva.
E allora perché siamo qui così solennemente raccolti? Chiudiamo o non chiudiamo?
Con la fede che portiamo nel cuore, per l’amore che abbiamo per questa nostra comunità parrocchiale, per la passione che nutriamo per tutte le nostre attività pastorali: caritative, oratoriane e sportive siamo qui per chiudere e per aprire - di nuovo e subito - un nuovo cammino pastorale.
Il nostro primo grazie va al Signore che sempre ci aiuta e poi subito anche a chi ha lavorato per la parrocchia, per la Caritas, per l’oratorio e per l’attività sportiva.
Quante cose belle ci ha dato di fare il Signore in questo anno pastorale.
Per quanto riguarda la parrocchia: abbiamo continuato a mettere sempre più il Signore e la sua Parola al primo posto. La generosità dei nostri volontari è andata avanti in tutti gli ambiti e si è spesa disinteressatamente. Pur constatando che gli anni passano anche per loro, continuano ad essere pronti per tutte le necessità della comunità. Il mese di maggio da poco concluso è stato più di ogni altro anno molto partecipato. Ha fatto vedere a tutto il quartiere che la nostra parrocchia è viva e vuole raggiungere tutti.
Per la nostra Caritas: la provvidenza del Signore e la generosità dei sanfereolini l’hanno sostenuta in diversi modi: ha continuato sempre a servire i poveri, a dare aiuto scolastico ai ragazzi, ha continuato a ricevere aiuti per chi versava in particolari difficoltà. Sta compiendo veramente la sua missione: educare e formare alla carità.
Per l’oratorio: quest’anno abbiamo avuto la gioia di vedere dei nostri diciottenni fare la loro solenne professione di fede davanti al Vescovo. Sta crescendo un bel gruppo di adolescenti che poi si metteranno a servire nel Grest. Vediamo inoltre che alcuni papà vengono a giocare con i loro bambini in oratorio. E così fanno imparare ai loro figli ad amare e a frequentare l’oratorio. Siamo più che mai convinti che non basta portarli alla nostra sportiva: questa con gli anni passa nella vita dei ragazzi, ma non l’oratorio.
Per l’attività sportiva: ci sono state delle vittorie, è vero. Questo ci fa piacere. Per noi la gioia e la soddisfazione più grande è che una nostra squadra, la squadra di calcio degli Juniores, ha vinto quest’anno la Coppa Disciplina. E questo per noi è il massimo.
Nel ringraziare di tutto questo il Signore, noi gli siamo più che mai riconoscenti perché ha continuato a sostenerci con il suo amore, a darci la forza per andare avanti e per fare le scelte giuste sia pastorali, sia caritative che oratoriane e sportive.
Concludendo questo aspetto del ringraziamento vi confesso, carissimi fedeli, che al termine di questo anno pastorale sono più che mai consapevole che il Signore ci ha aiutato. Quest’anno, e soprattutto in questi ultimi tempi, ci ha aiutato moltissimo a compiere delle scelte giuste anche se non sono state comprese.
E allora con tutti voi gli dico: grazie Signore, grazie di cuore, grazie per il Tuo aiuto che non viene mai meno.
Dopo tutto questo qualcuno potrebbe allora dire che siamo una parrocchia perfetta. No. Non siamo una parrocchia perfetta. La perfezione è solo del Signore. Noi cerchiamo di fare qualcosa cercando di seguire la sua volontà. Di mancanze ne abbiamo tante, di povertà ne abbiamo moltissime e queste si possono vedere a tutti i livelli incominciando da me vostro parroco.
Carissimi ce ne sono state tante. Sono conti che solo il parroco può conoscere.
- A livello parrocchiale: sperimentiamo, con viva sofferenza, la grande diminuzione delle celebrazioni dei matrimoni davanti al Signore. Il frantumarsi delle famiglie. La fatica di portare avanti una pastorale familiare e soprattutto quella di far conoscere il Signore con una appropriata catechesi per tutte le età.
- A livello di Caritas parrocchiale: non poter aiutare tutti coloro che chiedono aiuto. La difficoltà di capire chi ha vere necessità. Non essere noi per primi pieni di carità, di comprensione, di amorevolezza nei confronti di chi ci chiede qualcosa o anche solo ci accosta per parlarci.
- A livello di oratorio: la poca collaborazione dei genitori, la difficoltà di trasmettere e di far vivere la passione per l’oratorio nel modo giusto, l’incapacità di educare e formare le nuove generazioni ai veri valori della vita.
- A livello sportivo: la difficoltà di far capire ai genitori che noi siamo per un certo tipo di sport, cioè quello che forma la persona, che si armonizza con altre attività formative, che noi non lo facciamo prevalentemente per sfornare dei campioni, ma soprattutto per educare i nostri ragazzi e i nostri adolescenti alla vera vita umana e cristiana.
Carissimi, queste sono soltanto alcune delle numerose difficoltà che la nostra parrocchia, la Caritas, l’oratorio e l’attività sportiva hanno affrontato quest’anno. Sappiamo che ne avremo altre. Non ci scoraggiamo.
Anche qui ci aggrappiamo al Signore. Lui è infatti la nostra forza e la nostra speranza. Ogni giorno facciamo allora nostre alcune sue parole, alcuni suoi inviti. Lui ha detto un giorno e sempre ci ripete: “Nel mondo avrete tribolazioni, coraggio, io ho vinto il mondo”. Carissimi, sono così convinto di questo invito, che da 35 anni lo leggo ogni giorno perché l’ho voluto scritto a grandi caratteri su un telo appeso nel mio studio. Con lui noi vinciamo sempre. Dice ancora a me e a voi a conclusione delle Beatitudini: “Guai a voi se tutti dicessero bene di voi, segno che non mi seguite”. Quindi noi sappiamo che non è la notorietà che ci fa grandi, non è l’andare sui giornali ciò che conta, non sono gli applausi, non sono le mode della società che ci realizzano, ma è il vivere il Vangelo delle Beatitudini, è il generare dei santi il nostro scopo. E alle parole di Gesù fa seguito S. Paolo che dice: “E’ necessario passare attraverso numerose tribolazioni per entrate nel regno di Dio”. Le difficoltà fanno parte di questa vita e noi le vogliamo sopportare con fede e serenamente per entrare e aiutare tutti ad entrare in paradiso.
E andremo avanti serenamente e con tanta fiducia. Chiudiamo un anno e apriamo subito una nuova stagione sia come parrocchia, sia come Caritas, che come oratorio e come sportiva.
E allora ripeto a voi e voi tutti ripetetelo a me quel meraviglioso invito del Signore che si legge nel Vangelo di Giovanni e che ho già detto e che io leggo ogni giorno da numerosi anni: “Coraggio, io ho vinto il mondo!”.
domenica 15 giugno 2014
Eucarestia è incontro
Istituendo l’Eucarestia nell’ultima cena, Gesù colloca il dono del proprio corpo e del proprio sangue, cioè sé stesso (poiché il corpo, nel linguaggio biblico, vale per persona ed il sangue vale per quanto vi è di più intimo nella persona) nella prospettiva della “nuova Alleanza”.
Alleanza o patto, nella storia biblica, stanno ad indicare quel particolare rapporto tra Dio e l’uomo che, col passare del tempo, si rischiara sempre di più, colorandosi delle tonalità più vive e più tenere che ci è dato di cogliere nei rapporti umani. Dio stesso, parlando agli uomini, va alla ricerca dei termini più affettuosi, delle analogie più persuasive, soprattutto in immagini di amore.
Nel libro del profeta Osea, ad esempio, troviamo queste espressioni: “Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio... Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare... “(Osea 11, 1 ss.).
In Isaia troviamo:
“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is. 49,15). E, più avanti, troviamo: “... perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.”(Is. 62,5)
Queste immagini tratte da quanto vi è di più vivo ed intimo nei rapporti umani, non sono che semplici analogie, incapaci di esprimere la ben superiore realtà dell’alleanza di Dio con noi. Essa è più di un’amicizia, di un fidanzamento, di un matrimonio! Dio è capace di valicare i confini dei più intimi rapporti umani e di stabilire con noi, suoi figli, rapporti superiori dei matrimoni più riusciti e più felici.
Ebbene, di questa intimità, l’Eucarestia è “segno sacro”. Il fanciullo che si accosta alla prima Comunione può intuire che Gesù ci ama fino a farsi nostro cibo spirituale, rimane però l’insondabile mistero dell’unione dello spirito dell’uomo con lo Spirito di Dio.
“Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Prendete e bevete, questo è il mio sangue” (Mt. 26,26-27): il simbolismo parla chiaro: pane mangiato e vino bevuto, Cristo interiorizzato. Dio, in Gesù, entra nel suo tempio umano (il nostro corpo) già consacrato nel Battesimo, entra nel santuario della sua creatura e si unisce a quanto abbiamo di più intimo: il nostro spirito, di cui il corpo è strumento. Anche il corpo di Gesù è strumento del suo Spirito, lo Spirito Santo che il Figlio ha in comune con il Padre.
Il simbolismo del sangue esprime ancora meglio l’intimità “nel sangue - dicevano gli ebrei -c’è l’anima!” Il dono del sangue di Cristo è un segno evidente del dono di quanto vi è di più intimo in Gesù: la sua anima, il suo Spirito. L’interiorizzazione del segno (pane e vino) viene indicata nell’unione intima nostra con la persona di Gesù e con quanto gli è di più intimo: lo Spirito del Figlio e del Padre. Si avvera cosi l’affermazione di Gesù: “Se uno mi ama (amore unitivo), osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. (Gv. 14,23)
Il patto di amore tra Dio e noi, trova nella Comunione il compimento perfetto: Dio si unisce alla sua creatura in un modo che è possibile solo a Lui. La comunione eucaristica rinsalda la consacrazione iniziale che abbiamo avuto nel Battesimo ed induce nel nostro essere una estrema esigenza di santità. S. Paolo ce lo ricorda molto bene: “... Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo (passione e morte di Gesù!): glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1a Cor. 6,17-20). (n.b.: quando si parla o si scrive di sessualità, dimenticando queste parole di S. Paolo, si rischia di cadere in un moralismo più o meno lassista destituito dal suo radicale fondamento: la santità dell’anima e del corpo è soprattutto esigenza e frutto della nostra Comunione, del nostro essere uno con Cristo Eucaristia.)
Ma perchè Dio vuole unirsi cosi strettamente a noi?
Risponde la Chiesa nella costituzione dogmatica del Concilio Ecumenico Vaticano 2°: “La partecipazione al corpo ed al sangue di Cristo non fa che trasformarci in Colui che prendiamo”(Lumen Gentium n.26).
Questa trasformazione viene chiamata dalla fede: “mistero pasquale” perchè è resa possibile in forza del “passaggio” (pasqua) di Cristo dalla condizione mortale alla condizione gloriosa di “risorto”.
Questa nostra trasformazione entra nelle promesse legate all’istituzione dell’Eucaristia, infatti Gesù afferma: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me ed io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me, vivrà per me” (Gv. 6,56).
Ebbene, questo “vivere in Cristo” viene da S. Paolo attribuito alla progressiva trasformazione interiore che dovrebbe essere effettuata dall’Eucaristia: “passare da un modo di sentire umano, agli stessi sentimenti che furono di Gesù”.
Ecco, infatti, le sue parole: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.” (ai Filippesi 2,5-7).
In forza della vita nuova che ci inserisce in Cristo, come il tralcio alla vite, chi si nutre in modo degno del corpo e del sangue di Cristo, si avvia necessariamente verso l’ultima trasformazione del proprio corpo mortale in un corpo spirituale, lasciandosi guidare dallo spirito di Dio che, dopo aver risuscitato Cristo dai morti, risusciterà anche noi. Anche a questo proposito, S. Paolo è molto chiaro:”...E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti, darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (ai Romani 8,11). (Pensieri tratti dal libro: Vittorio De Bernardi S.J. “Per me, vivere è Cristo” - Ed. Lampade Viventi)
Ora si capiscono molto bene quelle parole di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo ed il mio sangue è vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui...”. Si comprende anche l’affermazione di S. Paolo: “Vivo io, ma non sono io, perché veramente vive in me Cristo! …”
Se la particola consacrata che riceviamo nella S. Comunione deve produrre questi effetti (vivere la vita di Gesù nei vari momenti e circostanze attuali) allora dobbiamo riconoscere che esige un po’ più di preparazione e di ringraziamento. La scelta che Lui ha fatto (pane e vino) manifesta chiaramente il suo desiderio di essere da noi ricevuto il più spesso possibile, ma non dimentichiamo che Lui è una persona, è un amico, e quindi dobbiamo anche lasciarlo parlare un po’ e noi stare in silenzio per ascoltarlo e, se si ha tempo, dobbiamo fermarci un po’ anche dopo la S. Messa.
Alla conclusione dell'anno pastorale
Tra qualche giorno concluderemo come parrocchia un altro anno pastorale. Gli anni passano. La Chiesa resta. Gli uomini e le donne passano, ma la comunità parrocchiale resta e continuerà il suo cammino in attesa dell’arrivo del Signore.
E’ GIUSTO ALLORA….
Concludendo un nuovo anno pastorale mi sembra giusto che il parroco si esprima sia sul lavoro pastorale fatto, sia sulla vita cristiana vissuta, ma anche si esprima sui diversi problemi che si trascinano, sulle difficoltà vissute, come pure sulle speranze che animano e sostengono la comunità parrocchiale.
Nel manifestarvi tutto questo, sono mosso soltanto da un grande amore per la comunità, dal desiderio che sia sempre più viva e secondo il cuore del suo Signore. Non ci inorgogliamo per il bene fatto, non nutriamo nessuna amarezza o delusione. Abbiamo fatto quanto ci sembrava giusto fare. Volendo essere sincero dico anche che non temo nessun giudizio da parte degli uomini. Dico questo non per superbia. So di essere un povero servo del Signore, consapevole che è Lui che ha fatto e sta facendo meraviglie. Infatti Dio solo sa che tutto abbiamo cercato di fare per la sua gloria, per il bene delle anime, cercando in tutti i modi di tener viva la memoria di Gesù Cristo qui nel quartiere che amiamo e cerchiamo di servire con passione e amore fino a quando nella sua bontà vorrà.
IL LAVORO PASTORALE
Abbiamo cercato di portare sia i singoli fedeli che la stessa comunità parrocchiale a scoprire il grande dono dell’eucarestia. Abbiamo ancora qualche mese prima di concluderlo, ma i frutti sembrano intravedersi. E’ vero che sono spirituali e quindi non si dovrebbero vedere. Il Signore però ci ha dato e sta dandoci occhi e situazioni che ci dicono qualcosa. Vediamo infatti che alcune persone, anche uomini, sostano qualche momento, spesso anche abbondante, davanti al tabernacolo. I fogli messi per la preghiera e l’adorazione nelle vicinanze della cappella del Santissimo sono usati e portati anche a casa. Le serate di evangelizzazione, vissute durante il mese di maggio, sono riuscite molto bene. Appena terminato il mese di Maria riprenderemo le nostre adorazioni settimanali che vedono sempre diversi fedeli sostare davanti a Gesù solennemente esposto. Di questo ringraziamo il Signore. L’eucarestia è infatti il punto focale della vita della Chiesa, è la sua forza. Celebrandola e soprattutto vivendola noi siamo trasformati in Cristo. Diventiamo a nostra volta un pezzo “di eucarestia” per i fratelli.
LA VITA CRISTIANA
Non abbiamo il termometro per misurarla. Solo il Signore conosce le vittorie e le sconfitte nella vita spirituale, chi si avvicina e chi si allontana dalla pratica cristiana e dalla stessa comunità parrocchiale, se la Chiesa va avanti, se la fede in Cristo continua ad animare e sostenere la vita degli uomini e delle donne anche di oggi. Ancora, se i sacramenti continuano più o meno ad essere ricevuti, oggi forse con maggior convinzione di una volta, se la pratica della carità va avanti nonostante la crisi, è segno che la mano del Signore continua la sua opera di evangelizzazione diretta nel cuore e nella vita degli uomini del 2000. E noi vediamo tutto questo. Pensiamo alla partecipazione al mese di maggio. E’ un’esperienza più che positiva, di vera evangelizzazione. I sacramenti e la partecipazione alla Messa sono vivi. Da un po’ di tempo si vedono tra le panche anche alcuni uomini. E’ vero sono in pensione e quindi possono. Ma se vengono qualche volta durante la settimana, è segno che il Signore sta lavorando nei loro cuori. E la carità? Il cestone per i poveri è sempre disponibile ad accogliere. Forse qualcuno dirà che è sempre vuoto. Non è vero. Appena ci accorgiamo che c’è un dono, un sacchetto, lo ritiriamo per sicurezza. E così “la chiave per il paradiso” è sempre a disposizione. Ci auguriamo che il desiderio di una seria vita cristiana cresca sempre più, coinvolga maggiormente più persone e diventi anche sempre più significativo. E’ la nostra vera vita. Siamo fatti per questa.
I PROBLEMI
Tutto quanto è stato scritto sopra non è e non vuole essere un’esaltazione orgogliosa del bene e delle meraviglie che il Signore va realizzando nella nostra comunità parrocchiale. Noi siamo dei servi e basta. Da parte nostra ci sono invece diversi problemi e particolari difficoltà. Non li nascondiamo, sono nostri e soltanto nostri. Nascono dal nostro carattere più o meno felice, dalle nostre convinzioni più o meno evangeliche, dal nostro temperamento più o meno focoso o apprensivo. Ma nascono anche dalla nostra poca fede e generosità apostolica. Se almeno questa volta li guardiamo e vi ragioniamo sopra, è per volerli superare e per diventare sempre più vera comunità del Signore.
Una difficoltà che vediamo e sentiamo pesare sul cuore è la scarsa partecipazione della nostra gioventù alla vita cristiana. Un nostro parrocchiano mi diceva infatti: “Vede, al mese di maggio siamo in tanti, ma buona parte siamo anziani; ci sono dei coniugi abbastanza maturi, ma le giovani famiglie con i loro bambini? Nemmeno una sera. Gli adulti ancora in età lavorativa, dove sono? Potrebbero venire almeno una sera alla settimana!” E aggiungeva: “Forse tra qualche anno, se si va avanti così, non ci sarà più il mese di maggio nei cortili”. Io dico: “Lasciamo fare al Signore, ci penserà lui. E’ cosa sua”
Se poi la nostra osservazione va ai giovani che si sposano o meglio che non si sposano più in Chiesa, il problema diventa ancora più cocente. Si pensi. Nel 2000 abbiamo celebrato in parrocchia 30 matrimoni. In questo anno 2014 sono iscritti per sposarsi nella nostra parrocchia soltanto due coppie. Oggi è di moda la convivenza anche tra cristiani fino a ieri praticanti. Che cosa possiamo fare? Io penso ai bambini che nasceranno in queste convivenze e non vedranno mai i loro genitori accostarsi al Signore. Non so se il prossimo sinodo della Chiesa Cattolica sulla famiglia, che si terrà ad ottobre, si pronuncerà diversamente dallo stile che per secoli ha caratterizzato la vita delle coppie cristiane. Staremo a vedere. Per ora è un grande problema e una profonda sofferenza per i pastori delle comunità parrocchiali.
Ho presentato solo due problemi di carattere pastorale. Sono quelli che maggiormente toccano il cuore di un parroco. Gli altri li lasciamo dentro il suo cuore perché li presenti al Signore.
LE DIFFICOLTA’
Ne sento particolarmente una. Si tratta della difficoltà che un prete vive per quanto riguarda la trasmissione delle verità del Vangelo. Siamo e dobbiamo essere tutti convinti che se non capiremo il grande dono del Vangelo e la vita cristiana che propone, noi non saremo mai dei veri cristiani e quindi non realizzeremo pienamente la nostra vita.
Come è difficile per un genitore farsi capire dai propri figli, così oggi in modo particolare avviene per quanto riguarda la trasmissione della fede. Il Sacerdote crede, è convinto, ha dato e sta dando la sua vita alla causa del Signore, ma non riesce sempre a farsi capire, a convincere, a trascinare sulla strada della vita cristiana. A noi sacerdoti, che viviamo con voi e per voi, sembra di lasciarvi un segno. Speriamo che il tempo e la grazia del Signore compiano ciò che noi ora desideriamo grandemente per voi.
C’è poi la difficoltà di mandare avanti tutta “la baracca”. Quanta pazienza! Il campanello della porta della casa parrocchiale non ha soste. Non sai mai chi viene. Oggi poi con questa crisi molto spesso suona perché c’è qualcuno che chiede aiuto. E qui la pazienza non deve venir meno, ma anche si deve leggere se la necessità esposta è vera o no. La nostra parrocchia ha un grande dono: un folto numero di volontari. Ringrazio il Signore che ci sono. Per loro prego ogni giorno sia per la loro salute, sia perché crescano di numero, sia poi anche perché si vogliano bene e lavorino insieme per la parrocchia. Ma anche qui pazienza! C’è poi la fatica del reperire i fondi per le infinite spese. Sono profondamente convinto che sono pochissimi coloro che conoscono le spese che la nostra parrocchia deve affrontare ogni mese. Non ci scoraggiamo. La provvidenza ci ha aiutato in questi anni. Noi speriamo che non verrà meno anche nei prossimi anni. E in attesa che la provvidenza ci venga sempre in aiuto, nutriamo anche qui pazienza.
LE SPERANZE
Sono tante e tutte nascono dall’amore al Signore e dal bene che vedo in tutti voi. E’ infatti il Signore che sostiene lo sguardo di un parroco che guarda avanti verso la meta verso la quale vuole condurre i suoi figli. Non avessi questa speranza, avrei già messo i remi in barca e me ne sarei andato altrove. Ma il Signore che non viene mai meno alle sue promesse, anche se non realizza sempre le nostre aspettative, anima e sostiene anche le fatiche ormai pesanti del vostro parroco.
La speranza più viva che nutro nel cuore è di vedere qualificarsi sempre più la vita spirituale della comunità parrocchiale. Desidero infatti una comunità viva: che ascolti volentieri la Parola del Signore, che celebri bene e con fede l’amore del Signore sia durante la Messa che amministrando i sacramenti, che viva e promuova generosamente la carità, che metta volentieri e al primo posto i poveri e per loro sappia spendersi senza misura. In una parola: sogno una comunità che, al di là delle sue povertà umane che avrà sempre, sia qui nel quartiere un segno vivo, credibile e amabile del Signore, con una carica di vita spirituale capace di affascinare chiunque cerchi il senso vero ed autentico della vita.
E DOPO TUTTO: GRAZIE
Dopo questa lunga carrellata sulla vita della nostra comunità parrocchiale, ma che non vuole essere in nessun modo una specie di testamento, dico al Signore grazie per il bene che ha compiuto nel cuore di tanti fedeli che si sono aperti al suo amore e lo hanno accolto generosamente. Dico grazie anche ai volontari che anche in questo anno pastorale hanno lavorato in tanti ambiti della parrocchia. Non sto ad elencarli perché sono numerosi. Dico grazie a chi ci ha aiutato anche con i contributi finanziari fatti sempre nel nascondimento. Dico grazie agli anziani e agli ammalati che con le loro preghiere e l’offerta delle loro sofferenze ottengono grandi benedizioni per tutta la comunità parrocchiale.
ANDIAMO AVANTI
Se anche si chiude un nuovo anno pastorale, la vita della comunità va avanti. Passeremo l’estate e poi inizieremo un nuovo anno. Tutto passa, ma la comunità resta. A noi il compito di amarla e di servirla come vuole il Signore. Siamo comunità in forza della sua grazia che ha fatto germogliare qui in questo quartiere con la potenza del suo Spirito. Consapevoli di questo ci abbandoniamo a lui che sempre fa il nostro vero bene.
La Santa Messa, festa dell'incontro con Dio
L’intenzione di Dio quando ha pensato di creare l’uomo era quella di crearlo a sua immagine e somiglianza, metterlo in un paradiso terrestre e, dopo una certa prova, chiamarlo nel Paradiso celeste. Il Demonio ha cercato d’intralciare questo progetto di Dio, facendo sbagliare l’uomo, cercando di cancellare questa immagine di Dio; Dio, però, è intervenuto, inventando, nel suo amore smisurato, il modo per ridare all’uomo questa immagine divina, mandando in questo mondo il suo unico Figlio che, attraverso l’invenzione dell’Eucaristia, potesse raggiungere lo scopo...
Dopo aver letto e, spero, meditato, alcuni pensieri di due maestri di spirito (il card. Mercier e l’abate Courtois) penso che ogni cristiano sia invogliato a venire più spesso in Chiesa per partecipare alla S. Messa, essendo la preghiera più gradita al Padre, poiché è Gesù stesso che la offre, al quale ci uniamo anche noi. Se noi teniamo presente che la S. Messa è il “rivivere’ il sacrificio del Calvario (infatti sull’altare vi sono l’ostia ed il calice che simboleggiano il corpo ed il sangue di Gesù, separati per indicare la morte della vittima-Gesù) ed il “rivivere” l’ultima Cena, dovremmo cercare di avere anche i pensieri che aveva la Madonna quando accompagnava Gesù al Calvario, ed i pensieri che avevano gli apostoli nell’ultima Cena. Allora non dovremmo più dare spazio alle chiacchiere che distraggono.
Dal capitolo sesto del vangelo di Giovanni abbiamo queste affermazioni di Gesù “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno ed il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno....Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me, vivrà per me...”. (cfr. Gv. 6, 51-58).
In queste poche righe si può dire che c’è tutta la potenzialità dell’Eucaristia.
Innanzitutto notiamo che Gesù ha scelto il pane, che è il cibo normale dell’uomo, ed il vino che è la bevanda che normalmente accompagna il pane e dà anche la gioia, come canta il salmo: “il vino che allieta il cuore dell’uomo”. Quindi Gesù ha scelto il nutrimento normale dell’uomo: pane – vino.
Nel primo Libro dei Re, ai capitoli 18 e 19, viene narrata la sfida che il Profeta Elia ha sostenuto contro i 400 profeti del dio Baal: riuscì a far scendere dal cielo il fuoco che consumò le vittime sull’altare, mentre i profeti di Baal non erano riusciti e furono tutti uccisi. La regina Gezabele lo seppe e minacciò di morte Elia, che dovette fuggire.
Stanco, si fermò sotto una ginestra e si addormentò. Un angelo del Signore lo svegliò, facendogli trovare vicino una focaccia ed un orcio di acqua e gli disse: “Alzati, mangia e bevi perché è troppo lungo per te il cammino!” Elia si alzò, mangiò e bevve e con la forza di quel cibo, camminò fino al monte di Dio, l’Oreb, dove ricevette dal Signore una missione importante da compiere. Ebbene, quella miracolosa focaccia che diede ad Elia la forza necessaria e sufficiente per raggiungere la meta, è simbolo dell’Eucaristia che ci rafforza e ci sostiene nel faticoso cammino della vita.
Dobbiamo, però, notare una cosa molto importante sulla quale noi, probabilmente, non riflettiamo a sufficienza: come il nutrimento non solo ci mantiene in vita e ci dà forza, ma ci fa crescere perché la parte più nutriente del cibo viene assorbita e diventa una cosa sola con il nostro organismo, così anche la S. Comunione non solo ci mantiene in grazia di Dio, ma, anche, ci deve far crescere in santità. Don Stefano Chiapasco infatti, nel primo incontro sull’Eucaristia tenuto martedì 3 dicembre, ha affermato molto chiaramente che “tutte le volte che noi riceviamo la Comunione, dovremmo diventare sempre più santi!”
Partecipare alla S. Messa senza ricevere la S. Comunione è come partecipare ad un banchetto di nozze ed accontentarsi di guardare gli altri commensali che mangiano, mentre il desiderio di Gesù, espresso molto chiaramente nel vangelo di Giovanni, è che quando noi partecipiamo alla S. Messa abbiamo anche a ricevere il suo corpo ed il suo sangue, affinché diventiamo una cosa sola con noi. Quando il celebrante o il diacono congedano i fedeli perché la Messa è finita, ogni fedele deve sentirsi affidare la continuazione nel mondo della missione di Cristo. La Messa di Gesù è finita, ora inizia la vostra.
Le parole che S. Paolo indirizzava ai fedeli di Roma le dobbiamo prendere in questo senso: diceva l’apostolo: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (cfr. Rm. 12, 1).
Quindi Gesù, avendo “inventato” l’Eucaristia, che, se ben ricevuta, rende l’uomo simile a lui, ha portato a compimento la missione ricevuta dal Padre:”ridare all’uomo l’immagine di Dio, cancellata dal peccato, rendendolo ancora capace, se collabora, di andare in Paradiso”.
Iniziando un nuovo anno civile, che, sempre, lo dobbiamo vedere come un Grande dono dell’amore di Dio, si presenta a ciascuno di noi l’occasione propizia per formulare dei buoni propositi che vadano sempre d’accordo con quelli che il Signore vuole da ciascuno di noi perché è di questo che il Signore ci domanderà conto al termine della nostra vita terrena.
Concludendo, dobbiamo riconoscere che, per un cristiano, non è sufficiente partecipare alla S. Messa, ma deve anche viverla durante la giornata, così migliora anche la sua condotta di vita, poiché dà una buona testimonianza di vita vissuta.
sabato 26 aprile 2014
Mentre attendiamo, pazienza e comprensione!
Ritorno, dopo un anno, a parlarvi ancora come parroco che sta attendendo di conoscere la volontà del vescovo circa la mia permanenza o meno in questa nostra parrocchia. Ormai il limite fissato dal diritto canonico non solo è passato, ma anche se ne è aggiunto un ulteriore anno. Permettetemi di parlarvi ancora e condividere con voi questo tempo che ci rimane. Non so quanto ne resti. Ho fatto quello che dovevo. Ora attendo con serenità la decisione del Vescovo. E allora dico prima di tutto a voi e a me: attendiamo con pazienza e comprensione.
LA VITA È UN’ATTESA
Davvero, la nostra vita è un’attesa unica. Noi molto spesso la vediamo e la viviamo invece come una realtà stabile. Guardiamo e attendiamo il futuro come momento da vivere e basta, senza attendere un qualcosa che vada oltre questa nostra esistenza. Il nostro modo di vedere la vita è tutto rivolto quindi al qui e ora: vediamo solamente questo spazio di tempo che scorre inesorabilmente. Come conseguenza a questo modo di concepire lo scorrere dei nostri giorni senza nessuna vera attesa, noi cerchiamo di stordirci, di riempirci di tante cose inutili. E invece noi portiamo nel cuore una fervida attesa, sogniamo un qualcosa che ci riempia non tanto lo stomaco, ma l’animo, il cuore, tutto il nostro essere.
E ALLORA…
Consapevole che anche il vostro parroco sta diventando vecchio e le sue forze vengono meno, cerchiamo io e voi di avere a vicenda pazienza e comprensione. Sono ormai tanti gli anni della mia permanenza tra voi, ad ottobre inizierà il ventitreesimo. Le fatiche, i problemi, le difficoltà non mancano, anzi sembra che aumentino a vista d’occhio. Era molto più facile nel lontano ottobre del 1992. E’ anche vero che le fatiche e le difficoltà sono presenti anche in altre parrocchie. Nella nostra hanno però tutto un volto particolare. Siamo la parrocchia più grande della città. Abbiamo una grande quantità di insediamenti di case popolari. La presenza degli immigrati poi si aggira intorno ai 1500 circa. Tutto questo denota un certo tipo di tessuto umano. La gioventù in questi ultimi anni ha fatto scelte molto diverse da come eravamo abituati al termine del secolo scorso. La partecipazione alla vita parrocchiale se si è qualificata da un lato, dall’altro mostra un certo distacco, se non abbandono. Il quartiere nel suo insieme è destinato a crescere ancora nei prossimi anni. Basta vedere i palazzi appena terminati e quelli che stanno sorgendo ancora. La realtà della famiglia è molto cambiata in questi ultimi anni. Basta osservare il numero esiguo dei matrimoni che in questi anni sono stati celebrati o si celebrano tuttora in Chiesa.
E’ NECESSARIA UNA NUOVA PASTORALE
Di fronte a questa nuova realtà mi sembra che sia necessario dare un nuovo impulso alla pastorale di evangelizzazione. Sotto questo aspetto abbiamo fatto parecchio in questi anni. La tensione al quartiere, la volontà di arrivare a tutti e di coinvolgere ciascuno nella proposta cristiana, sono sempre vive. Oggi più che mai sento che lo stile di papa Francesco, di aprirsi e di andare, sia quanto mai valido. Ma perché questo si realizzi abbiamo quanto mai bisogno di sempre nuovi volontari per la pastorale. Ne abbiamo tanti per la Caritas, per l’attività sportiva, per le diverse necessità della parrocchia e dell’oratorio, ma pochi per l’evangelizzazione. Consapevoli che in forza del battesimo siamo e apparteniamo alla Chiesa, è quanto mai necessario che ognuno diventi messaggero di vangelo, testimone credibile del Signore e poi intraprendente nell’aiutare il ritorno dei fratelli e delle sorelle alla vita della comunità.
PER REALIZZARE QUESTO…
E’ quanto mai necessario avere nuove forze. Capacità di intraprendenza. Tempo disponibile. Tutto questo non è sempre possibile per chi ha diversi anni sulle spalle. Vi confesso allora che il desiderio di fare del bene, di mettere in atto nuove attività pastorali, di coinvolgere tutti e di essere propositivo, è ancora vivo nel mio animo. Ma le forze non corrispondono alla passione pastorale. Ecco perché penso che ad una certa età (75 anni) sia giusta la scelta della Chiesa che i parroci lascino il loro servizio pastorale ai sacerdoti più giovani e loro si mettano ad aiutarli con la loro esperienza e soprattutto con la loro preghiera e testimonianza. Ciò che importa è il bene della Chiesa, la vivacità della pastorale, la missionarietà del servizio. Il testimone va lasciato quindi per il bene della Chiesa e perché il Vangelo sia sempre più annunciato con spirito nuovo.
NEL FRATTEMPO
Cerchiamo di avere pazienza e comprensione. Qualche sacerdote mi ha detto: “Tu fa’ quello che puoi. Fai l’ordinario. Il resto lascialo a chi verrà” Non è facile accettare questo suggerimento, ma certe volte, quando senti che le forze vengono meno, pensi che sia un buon indirizzo. Farò quello che potrò. E voi abbiate comprensione. Ciò che importa è che l’amore del Signore sia vivo, sia annunciato e soprattutto testimoniato. Faremo del nostro meglio e voi tutti sentitevi maggiormente impegnati su questo versante. Se ci sentiamo tutti maggiormente coinvolti nella vita pastorale forse potrebbe essere anche l’occasione per far crescere in tutti una maggior coscienza di essere popolo di Dio.
ATTENDIAMO
Consapevoli che il futuro è nelle mani e nel cuore del Signore, ci abbandoniamo tutti a lui sia come sacerdoti che come fedeli. La Comunità parrocchiale è sua e lui farà sempre il suo bene. Di questo ne siamo convinti. In attesa viviamo e amiamo la Comunità parrocchiale. Serviamola con le nostre fatiche e sosteniamola con la nostra preghiera. Offriamo al Signore anche le sofferenze e le incomprensioni. Ciò che importa è che il volto di questa nostra Comunità parrocchiale, che amiamo sempre con nuovo slancio e per la quale vogliamo spenderci totalmente fino alla fine, sia sempre più splendente, sia sempre più a servizio di tutti e dei poveri e dei sofferenti.
Perché ci sia in me e in voi questa pazienza e questa comprensione sosteniamoci a vicenda con la forza della preghiera.
Il mese di maggio
La tradizione cristiana ha sempre vissuto il mese di maggio con una particolare attenzione alla Vergine Maria. E così con il passare degli anni questo mese delle rose è diventato il mese della preghiera mariana. Infatti dire “mese di maggio”, per chi vive la vita parrocchiale, vuol dire onorare la Vergine Maria.
Volendo anche noi continuare a vivere la tradizione, ci prepariamo a dare il via ai diversi appuntamenti per questa esperienza di preghiera ad onore di colei che ci è stata data come madre dal Figlio di Dio.
Perché questa preghiera mariana porti frutto nei nostri cuori e sia significativa per il quartiere occorre parteciparvi in primo luogo con fede e apertura di cuore. La fede, perché non ci si reca ai diversi luoghi per una passeggiata serale. Si va per pregare. L’apertura del cuore, per accogliere il messaggio che ogni sera la Vergine vorrà darci per la nostra vita spirituale.
In secondo luogo è necessario, se vogliamo che questi appuntamenti lascino un segno anche nel quartiere, che il luogo dell’incontro sia ben preparato e soprattutto il nostro modo di ritrovarci e di vivere l’incontro, dica qualcosa della nostra fede in Dio e della nostra devozione alla Vergine.
I luoghi della preghiera
Giovedì 1 maggio: zona Artigianale in via S. Fereolo
Venerdì 2 maggio: via Bay 3
Lunedì 5 maggio: via L. da Vinci 3
Martedì 6 maggio: Cascina Boccalera
Mercoledì 7 maggio: via Bergognone 50
Giovedì 8 maggio: in oratorio
Venerdì 9 maggio: via Precacesa 8
Lunedì 12 maggio: via Dunieri 3
Martedì 13 maggio Cascina Marescalca
Mercoledì 14 maggio: via Marescalca 25
Giovedì 15 maggio: in oratorio
Venerdì 16 maggio: presso Circolo Poiani
Lunedì 19 maggio: via Marini 23
Martedì 20 maggio: cascina Cesarina
Mercoledì 21 maggio: floricultura Oldani
Giovedì 22 maggio: in oratorio
Venerdì 23 maggio: via del Chiosino 48
Lunedì 26 maggio: circolo Archinti
Martedì 27 maggio: cascina Cesarina
Mercoledì 28 maggio: Casa Betania
Giovedì 29 maggio: in oratorio
Venerdì 30 maggio: via S. Fereolo 5/7
Sabato 31 maggio: via Raffaello presso la madonnina solenne conclusione del mese:
- ore 20.30 la recita del rosario
- ore 21 Messa prefestiva. Pregheremo per tutte le famiglie del quartiere.
Orari
Inizieremo la recita del Rosario alle ore 20,30 e poi celebreremo la Santa Messa.
La preparazione dei luoghi di preghiera
Invitiamo le persone che sono nelle vicinanze del luogo della preghiera mariana a rendersi disponibili a preparare l’ambiente con luci e ceri. Anche il luogo deve dire alla vergine Maria il nostro affetto di figli.
Qualora una sera il tempo non permettesse l’incontro all’aperto, la preghiera mariana si terrà ugualmente, ma in chiesa. In tal caso il suono delle campane servirà di avviso per il raduno in chiesa.
I Sacramenti. E poi?
In questi mesi di aprile e di maggio siamo chiamati come parrocchia a vivere momenti molto belli e significativi durante i quali il Signore si fa prossimo in un modo tutto speciale nei confronti dei nostri ragazzi. Si tratta dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, cioè la prima confessione, la prima comunione, l’invocazione dello Spirito e la cresima.
Come vostro parroco voglio manifestarvi ciò che in queste circostanze provo e vivo dentro di me.
PROVO QUALCOSA
Mi è infatti impossibile non vivere con le famiglie interessate questi appuntamenti così belli e significativi. I genitori li vivono come genitori e spero anche come credenti, io li vivo con la mia sensibilità e la mia realtà di pastore.
In primo luogo li vivo come padre della grande famiglia parrocchiale in quanto sono chiamato ad amministrare questi doni; li vivo anche come credente in quanto anch’io sono partecipe dei doni del Signore, il quale arricchisce non solo chi li riceve, ma anche chi vi partecipa; li vivo anche perché sono il termine di un lungo cammino di preparazione, vissuto assieme soprattutto ai genitori. E avendo atteso questi momenti per lungo tempo, vi confesso sinceramente che mi sento profondamente coinvolto con tutto il mio spirito e il mio cuore.
SONO GIORNI DI GRAZIA
Durante la celebrazione di questi sacramenti percepisco che tutto quanto viene offerto da Dio e viene ricevuto dai nostri ragazzi, è grazia e benedizione. Chi può avanzare dei diritti in ordine ad avere il perdono dei peccati, anche se sono quelli di un bambino di nove anni? Chi può pretendere di sedere alla tavola del Signore per avere in dono lo stesso Corpo del Signore Gesù? Chi ha la presunzione di sentirsi preparato a ricevere la presenza dello Spirito con tutti i suoi doni?
Sperimento allora che tutto è dono di Dio. Tutto è frutto della sua bontà senza limiti e del suo desiderio di vederci pienamente realizzati, maturi e forti nel bene. Ma in modo particolare vedo, e sotto un certo aspetto tocco con mano, che grande e infinito è l’amore della Trinità nei nostri confronti.
PENSO AI GENITORI
Immerso in questa esperienza di grazia, penso subito non tanto ai bambini o ai ragazzi, ma ai loro genitori. Mi chiedo: capiranno che Dio ama i loro figli, comprenderanno che sono cari ai suoi occhi? Scopriranno che stare con Dio, che far crescere questi loro figli nel suo amore non solo in questi anni, ma sempre, anche a venti e a trent’anni, è importante e fondamentale per avere una esistenza riuscita, ricca di valori?
Sono infatti convinto che queste celebrazioni così toccanti anche sotto l’aspetto emotivo dovrebbero incidere nel cuore non solo di chi riceve i sacramenti, ma anche nei genitori. Dio è gioia vera, è vita autentica, è pienezza di libertà e quindi con Dio non c’è nulla da temere, con Lui la vita si realizza pienamente.
Non so quanti genitori maturano nel proprio cuore questi sentimenti e soprattutto si convincono di queste verità. Una cosa però è certa: in queste circostanze il Signore è all’opera. Ed essendo il momento celebrativo ricco di grazie e di benedizioni, forse a qualcuno, speriamo a parecchi, il Signore toccherà il cuore e farà capire qualcosa del suo amore.
PENSO AL FUTURO
Quando celebro questi sacramenti al termine di tutto un lavoro pastorale, mi chiedo sempre se ho fatto tutto quanto era mio dovere per la loro preparazione. La risposta lascia sempre qualche punto mancante. Conosco infatti i miei limiti, le lentezze e le difficoltà della comunità parrocchiale.
Ma c’è soprattutto un’altra domanda che mi segue continuamente durante la celebrazione: che cosa faranno domani questi bambini che oggi si confessano volentieri, che oggi ricevono per la prima volta il corpo del Signore con un viso raggiante e trasparente di purezza? Come vivranno domani questi ragazzi che oggi sono ancora tutti qui per ricevere il dono dello Spirito?
Come vedete, anche il vostro parroco si interroga sul futuro della vita cristiana dei vostri figli. Ormai sono un po’ anche i miei figli. Di loro mi preoccupo e per loro e per voi sto infatti spendendo con gioia tutte le mie forze.
Un sacerdote non lavora pastoralmente solo per fare qualcosa per Dio e per gli uomini. Con il suo spendersi vuole che Dio abbia dei figli maturi cristianamente, capaci di vivere senza vergogna, in tutti i giorni della loro vita, la fede ricevuta in dono nel battesimo e nello stesso tempo vivano e servano la Chiesa con la loro specifica vocazione.
Alla domanda che mi accompagna in queste circostanze sul futuro cristiano di questi bambini e di questi ragazzi non posso darmi nessuna risposta. Non ho il dono della profezia. Una cosa però è certa. L’esperienza me la conferma.
MOLTO DIPENDE DA VOI GENITORI
Lo vediamo ogni giorno. Lo constatiamo con il passare degli anni. Quanto più i ragazzi crescono e maturano nel corpo e nell’esperienza della vita, si vedono, o non si vedono in loro i frutti dell’opera educativa umana e cristiana dei loro genitori e degli ambienti, che questi adolescenti o ormai giovani, stanno ancora frequentando o hanno frequentato.
L’impronta più o meno educativa, ricevuta nei primi anni della fanciullezza e dell’adolescenza, si vede quando gli anni avanzano anche per questi bambini di oggi.
Quando durante la celebrazione della prima Comunione do loro il Signore, mi chiedo sempre: fino a quando continueranno a riceverlo? Quando li confesso e li vedo tremanti, ma sinceri e spontanei, mi chiedo: fino a quando si accosteranno a questo sacramento? Quando poi li vedo ricevere la Cresima, mi dico: forse questa sarà non l’ultima, ma una delle ultime volte che saranno qui in chiesa.
Vi confesso, carissimi, che questi sentimenti non sono frutto di un animo pessimista ad oltranza, ma di una lettura realista della situazione in cui viviamo. Con gli anni che porto ormai sulle mie spalle di prete, ho infatti davanti ai miei occhi tanti giovani che - dopo aver percorso i cammini di fede ai sacramenti - hanno chiuso la porta per sempre oppure la tengono aperta ancora qualche volta in attesa di chiuderla anch’essi per sempre.
Si tratta allora di un fallimento? No, si tratta invece di deciderci a fare qualcosa di più e soprattutto di meglio per loro non con tanti discorsi, ma con la nostra stessa vita.
PENSO ALLORA
Penso alla famiglia che educa i figli ai valori cristiani. E allora la vorrei vedere impegnata, sia come famiglia, sia come mamma e papà, a vivere con convinzione e con gioia la fede cristiana, partecipando con frequenza ai sacramenti e ai centri di ascolto, come pure agli appuntamenti a lei riservati. In una parola vorrei che il Signore, come uso spesso dire, fosse di casa in famiglia. E’ una persona viva alla quale si fa riferimento, la sua volontà si tiene in considerazione nelle scelte che si devono fare.
Sono infatti convinto che solo quando i figli già da piccoli e poi anche nella fanciullezza e nella preadolescenza, vivono in casa in un clima di valori, allora qualcosa di bello nasce, cresce e si pianta nel loro cuore.
Penso poi all’attenzione che i genitori dovrebbero avere verso il gruppo degli amici che il proprio figlio frequenta. Oggi è facile che la legge del branco, come dicono gli psicologi, distrugga tutto quanto la famiglia ha fatto in precedenza. Vediamo infatti che gli adolescenti molto spesso, per non far di meno di ciò che il gruppo dice e fa, si vendono all’opinione del branco e fanno supinamente ciò che gli altri fanno.
Penso poi al rapporto tra famiglia e oratorio. Sono convinto che solo insieme si educa veramente, solo proponendo i medesimi valori si può sperare di far nascere qualcosa di bene e di bello nel cuore di queste nostre giovani speranze. Il lavoro da fare assieme è molto, ma soprattutto è necessario. Ma spesso ci sentiamo soli e abbandonati da un gran numero di genitori.
Questo mio pensare va anche molto più lontano. Ma mi fermo qui.
E ALLORA?
Non scoraggiamoci. Lo dico ai genitori che hanno avuto la pazienza di leggermi. Lo dico a me stesso e ai nostri sacerdoti. Facciamo tutto il possibile. Il Signore è e resta sempre con noi e ci aiuta in questa difficile fatica. Ciò che vogliamo noi, lo vuole anche lui: fare dei nostri bambini e dei nostri ragazzi dei veri uomini ricchi di valori umani e cristiani, cioè dei veri cristiani.
Affido al Signore questi pensieri e queste speranze. Sappiate che la mano dei sacerdoti è tesa a tutti i genitori di buona volontà.
domenica 13 aprile 2014
Auguri, Signore è risorto!
La domenica di Pasqua nelle nostre chiese sentiremo ripetere ancora per diverse volte: “il Signore è risorto, alleluia!” E’ l’esultanza di Pasqua che si fa grido forte, ma sereno, gioioso e pieno di vita. E’ il grido che la Chiesa nostra madre proclama ancora dopo tanti anni a tutto il mondo. E’ anche il grido della nostra comunità parrocchiale, segno della Chiesa universale piantata qui nel nostro quartiere, che grida a tutti gli abitanti di S. Fereolo il grande mistero della salvezza che Dio Padre offre ancora a tutti noi.
Vorrei che aveste a percepire anche un poco il grido del vostro parroco che vi chiama a far vostra la grazia del Signore che ancora una volta ci rende partecipi della sua vittoria sulla morte. Vi rivolgo questo invito e vorrei che l’aveste a far vostro perché qui c’è tutto quanto il vostro e il mio cuore desiderano.
Sì, carissimi, senza saperlo noi desideriamo la vita, noi aneliamo alla gioia, noi cerchiamo la libertà. E questi grandi doni li possiamo trovare in Cristo morto e risorto. Lui con la sua morte e risurrezione ci apre le porte della vita eterna, il paradiso. Con il suo annientamento sulla croce e con la sua uscita gloriosa dal sepolcro ci ridona la vera gioia. La sua gioia non conosce tramonto e oltre a crescere continua a stupirci. Con l’essere stato poi inchiodato alla croce ed avendo emesso il suo ultimo respiro, passando attraverso la morte ci ha liberati definitivamente dalla schiavitù del peccato. Ora siamo liberi, della stessa libertà di Dio, perché resi suoi amati figli.
Vi auguro allora di ascoltare questo grido di gioia, di vita e di libertà, di aprire non tanto le vostre orecchie, ma soprattutto il vostro cuore. Il grido pasquale infatti deve essere ascoltato soprattutto dal cuore perché è qui, in questa misteriosa e profonda realtà che dà slancio alla nostra vita, che può trovare il giusto posto per depositarvi le sue stupende meraviglie.
E dopo averlo ascoltato, lasciatelo lavorare. Il grido pasquale infatti, una volta accolto, ha bisogno di lavorare nella nostra vita. Ricordiamoci che è il Signore risorto che cambia i nostri cuori, ci infonde speranza, ci dà serenità per il cammino della vita. Noi lo lasceremo lavorare se in primo luogo non avremo paura della sua presenza nel nostro cuore e gli lasceremo piena libertà di azione. E’ morto e risorto per noi. Ha fatto tutto questo per noi. Nessuna paura: Lui ci vuole veramente bene.
In secondo luogo siate generosi con il vostro impegno di vita cristiana. Se è Lui che fa tutto nella nostra vita spirituale, Lui però lavora se noi collaboriamo con lui. Rispetta la nostra libertà, ma ci chiede di seguirlo generosamente.
Se avverrà tutto questo allora gusteremo quanto è bello essere cristiani, daremo testimonianza cristiana a tutti quanti incontreremo, saremo uomini e donne, preti e suore di speranza in questo mondo così pervaso da tanta tristezza e senza slancio per il futuro.
Coraggio. Il Signore è risorto per noi. Lui non ne aveva veramente bisogno. Se quindi è morto ed è risorto per noi, è per dirci tutto il suo amore, ma anche per renderci partecipi della sua stessa vita divina. Infatti dalla sua morte e risurrezione noi abbiamo ricevuto la grazia del battesimo, nel suo sangue versato noi abbiamo il perdono dei peccati, celebrando l’eucaristia noi siamo resi partecipi della sua morte e risurrezione.
Aggrappatevi allora al Signore anche in questa nuova Pasqua. Se resterete uniti a Cristo Risorto, Dio Padre, pur non togliendovi la croce delle fatiche quotidiane, vi darà la speranza cristiana capace di affrontare serenamente la battaglia della vita.
Perché possiate fare questa meravigliosa esperienza, vi prometto un mio particolare ricordo nelle mie preghiere. Anche voi ricordatevi dei vostri sacerdoti che sempre vi presentano al Padre che sta nei cieli. Il Signore che per noi risorge ci aiuti tutti a vivere da veri figli di Dio. Auguri da parte mia, da parte di don Roberto e di don Marco!
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