domenica 22 maggio 2016

Il Vangelo della Domenica - 22 maggio 2016

Trinità: un solo Dio in tre persone. Dogma che non capisco, eppure liberante, perché mi assicura che Dio non è in se stesso solitudine, che l'oceano della sua essenza vibra di un infinito movimento d'amore. C'è in Dio reciprocità, scambio, superamento di sé, incontro, abbraccio. L'essenza di Dio è comunione. Il dogma della Trinità è sorgente di sapienza del vivere: se Dio si realizza solo nella comunione, così sarà anche per l'uomo. I dogmi non sono astrazioni ma indicazioni esistenziali. In principio aveva detto: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza». L'uomo è creato non solo a immagine di Dio, ma ancor meglio ad immagine della Trinità. Ad immagine e somiglianza quindi della comunione, del legame d'amore. In principio a tutto, per Dio e per me, c'è la relazione. In principio a tutto, qualcosa che mi lega a qualcuno. «Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso». Gesù se ne va senza aver detto e risolto tutto. Ha fiducia in noi, ci inserisce in un sistema aperto e non in un sistema chiuso: lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. La gioia di sapere, dalla bocca di Gesù, che non siamo dei semplici esecutori di ordini, ma " con lo Spirito " inventori di strade, per un lungo corroborante cammino. Che la verità è più grande delle nostre formule. Che nel Vangelo scopri nuovi tesori quanto più lo apri e lo lavori. La verità tutta intera di cui parla Gesù non consiste in formule o concetti più precisi, ma in una sapienza del vivere custodita nella vicenda terrena di Gesù. Una sapienza sulla nascita, la vita, la morte, l'amore, su me e sugli altri, che gli fa dire: «io sono la verità» e, con questo suggeritore meraviglioso, lo Spirito, ci insegna il segreto per una vita autentica: in principio a tutto ciò che esiste c'è un legame d'amore. L'uomo è relazione oppure non è. Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, sto così bene: perché realizzo la mia vocazione. La festa della Trinità è come uno specchio: del mio cuore profondo, e del senso ultimo dell'universo. Davanti alla Trinità mi sento piccolo e tuttavia abbracciato dal mistero.

domenica 15 maggio 2016

Il Vangelo della Domenica - 15 maggio 2016

Tre verbi pieni di bel­lissimi significati profetici: «rimanere, insegnare e ri­cordare». Che rimanga con voi, per sempre. Lo Spirito è già qui, ha riempito la casa. Se anche io non sono con Lui, Lui rimane con me. Se anche lo dimenticassi, Lui non mi dimenticherà. Nes­suno è solo, in nessuno dei giorni. Vi insegnerà ogni cosa: lo Spi­rito ama insegnare, accom­pagnare oltre verso paesag­gi inesplorati, dentro pen­sieri e conoscenze nuovi; so­spingere avanti e insieme: con lui la verità diventa co­munitaria, non individuale. 
Vi ricorderà tutto: vi riporterà al cuore gesti e parole di Ge­sù, di quando passava e gua­riva la vita e diceva parole di cui non si vedeva il fondo. 
Pentecoste è una festa rivo­luzionaria di cui non abbia­mo ancora colto appieno la portata. Il racconto degli At­ti degli Apostoli lo sottolinea con annotazioni precise: venne dal cielo d'improvviso un vento impetuoso e riempì tutta la casa. La casa dove gli amici erano insieme. Lo Spirito non si la­scia sequestrare in luoghi particolari che noi diciamo riservati alle cose del sacro. Qui sacra diventa la casa. La mia, la tua, tutte le case so­no ora il cielo di Dio. Venne d'improvviso, e i di­scepoli sono colti di sorpre­sa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spiri­to non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di li­bere vite. Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno. Su ciascuno, su ciascuno di noi. Nessuno esclu­so, nessuna distinzione da fare. Tocca ogni vita, è crea­tore e vuole creatori; è fuoco e vuole per la sua Chiesa co­scienze accese e non intor­pidite o acquiescenti. Lo Spirito porta in dono un sapore di totalità, di pienez­za, di completezza che Gesù sottolinea per tre volte: inse­gnerà ogni cosa, ricorderà tutto, rimarrà per sempre. E la liturgia fa eco: del tuo Spi­rito Signore è piena la terra. In Lui l'uomo, e il cosmo, ri­trovano la loro pienezza: a­bitare il futuro e la libertà, a­bitare il Vento e il Fuoco, co­me nomadi d'Amore.

sabato 7 maggio 2016

Il Vangelo della Domenica - 8 maggio 2016


Li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benedi­ceva, si staccò da loro. Una lunga benedizione sospesa in eterno tra cielo e terra è l'ultima immagine di Gesù. Testimone che la maledi­zione non appartiene a Dio. Io non sono degno, eppure mi benedice. Dio dice be­ne di me! Io gli piaccio! Co­sì come sono, gli piaccio! Dice bene di me e mi au­gura il bene: nelle mie a­marezze e nelle mie povertà io sono benedetto, in tutti i miei dubbi benedetto, nel­le mie fatiche benedetto...Gesù lascia un dono e un compito: predicate la con­versione e il perdono. Con­versione: indica un movimento, un dinamismo, l'u­scire dalle paludi del cuore inventandosi un balzo. Si­gnifica il coraggio di anda­re controcorrente, contro la logica del mondo dove vin­cono sempre i più furbi i più ricchi i più violenti. Co­me fanno le beatitudini, conversione che ci mette in equilibrio, in bilico tra ter­ra e cielo. Annunciare il perdono: la freschezza di un cuore ri­fatto nuovo come nella pri­mavera della vita. La possibilità, per dono di Dio, di ri­partire sempre, di ricomin­ciare, di non arrendersi mai. Io so poche cose di Dio, ma una su tutte, e mi basta: che la sua misericor­dia è infinita! Dio è una pri­mavera infinita. E la nostra vita, per suo dono, un al­beggiare continuo.La conclusione del raccon­to è a sorpresa: i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Doveva­no essere tristi piuttosto, fi­niva la presenza, se ne an­dava il loro amore, il loro a­mico, il loro maestro.Invece no. E questo perché fino all'ultimo giorno Lui ha le mani che grondano doni. Perché non se ne va altrove, ma entra nel profondo di tutte le vite, per trasformarle. È la gioia di sapere che il no­stro amare non è inutile, ma sarà raccolto goccia a goccia e vissuto per sem­pre. È la gioia di vedere in Gesù che l'uomo non fini­sce con il suo corpo, che la nostra vita è più forte delle sue ferite, che la carne è fat­ta cielo. Che non esiste nel mondo solo la forza di gravità che pesa verso il basso, ma an­che una forza di gravità che punta verso l'alto, quella che ci fa eretti, che mette verticali la fiamma e gli al­beri e i fiori, che solleva ma­ree e vulcani. Ed è come u­na nostalgia di cielo. Cristo è asceso nell'intimo di ogni creatura, forza ascensiona­le verso più luminosa vita.

lunedì 2 maggio 2016

Il Vangelo della Domenica - 1 maggio 2016

Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Afferma­zione così importante da essere ribadita subito al negativo: chi non mi ama non osserva le mie parole, non rie­sce, non ce la può fare, non da solo.Una limpida constatazione: solo se ami il Signore, allora e solo allora la sua Parola, il tuo desiderio e la tua volontà co­minciano a coincidere. Come si fa ad amare il Signore Gesù? L'amore verso di lui è un'emozione, un gesto, molti ge­sti di carità, molte preghiere o sacrifici? No. Amare comincia con una resa, con il lasciarsi amare. Dio non si merita, si accoglie.Proprio come continua il Van­gelo oggi: e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Noi siamo il cielo di Dio, abitati da Dio intero, Padre Fi­glio e Spirito Santo. Un cielo trinitario è dentro di noi. Ci hanno spesso insegnato che l'incontro con il Signore era il premio per le nostre buone a­zioni. Il Vangelo però dice al­tro: se, come Zaccheo, ti lasci incontrare dal Signore, allora sarà lui a trasformarti in tutte le tue azioni.Simone Weil usa questa deli­cata metafora: Le amiche del­la sposa non conoscono i se­greti della camera nuziale, ma quando vedono l'amica diver­sa, gloriosa di vita nuova, con il grembo che s'inarca come u­na vela, allora capiscono che a trasformarla è stato l'incontro d'amore. Ci è rivolta qui una delle parole più liberanti di Gesù: il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me. Al cen­tro non stanno le mie azioni, buone o cattive, ma quelle di Dio, il Totalmente Altro che viene e mi rende altro.Il primo posto nel Vangelo non spetta alla morale, ma alla fe­de, alla relazione affettuosa con Dio, allo stringersi a Lui come un bambino si stringe al petto della madre e non la vuol lasciare, perché per lui è vita.Lo Spirito vi insegnerà ogni co­sa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Una affermazione colma di bellissimi significati profetici. Due verbi: Insegna­re e Ricordare. Sono i due poli entro cui soffia lo Spirito: la memoria cordiale dei grandi gesti di Gesù e l'apprendi­mento di nuove sillabe divine; le parole dette «in quei giorni» e le nuove conquiste della mente e dell'anima che lo Spi­rito induce. Colui che in prin­cipio covava le grandi acque e si librava sugli abissi, continua ancora a covare le menti e a li­brarsi, creatore, sugli abissi del cuore.

Il Vangelo della Domenica - 24 aprile 2016


Vi do un comanda­mento nuovo, che vi amiate gli uni gli al­tri.
Sì, ma di quale amore? Noi confondiamo spesso l'amore con un'emo­zione o un'elemosina, con un gesto di solidarietà o un momento di condivisione. Amare sovrasta tutto questo, perché contiene il brivido e­mozionante della scoperta dell'altro, che ti appare non più come un oggetto ma co­me un evento, come colui che ti dà il gusto del vivere, che spalanca sogni, che ha la forza dolce delle nascite, che ti fa nascere, con il me­glio di te. Per amare devo guardare u­na persona con gli occhi di Dio, quando adotto il suo sguardo luminoso divento capace di scoprirne tutta la bellezza e grandezza e uni­cità. E da questo si sprigiona fervore, meraviglia, incanto del vivere. Io vado dall'altro come ad una fonte, e mi dis­seta. Allora lo posso amare, e nell'amore l'altro diventa il mio maestro, colui che mi fa camminare per nuovi sen­tieri. Allo stesso modo anche i due sposi devono amarsi come due maestri, ciascuno maestro dell'altro, ciascuno messo in cammino verso o­rizzonti più grandi. Lasciar­si abitare dalle ricchezze del­­l'altro, e la vita diventa im­mensamente più felice e li­bera. Allo stesso modo an­che il povero che incontro o lo straniero che bussa alla mia porta li posso guardare come fossero i «nostri si­gnori», e imparare quindi a da­re come faceva Gesù: non come un ricco ma come un povero che riceve, come un mendicante d'amore. E pen­sare davanti al povero: sono io il povero, fatto ricco di te, dei tuoi occhi accesi, della tua storia, del tuo coraggio. Vi do un comandamento nuovo. Dove sta la novità? Già nel­l'Antico Testamento era scritto ama Dio con tutto il cuore, ama il prossimo tuo come te stesso. La novità del comando sta nella parola successiva: Come io ho a­mato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Non dice quanto vi ho ama­to, impossibile per noi la sua misura, ma come Gesù, con il suo stile unico, con la sua eleganza gentile, con i capo­volgimenti che ha portato, con la sua creatività: ha fat­to cose che nessuno aveva fatto mai. I cristiani non so­no quelli che amano ma quelli che ama­no come Gesù: se io vi ho la­vato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, i vo­stri signori...
Come Lui, che non solo è a­more, ma esclusivamente a­more.

sabato 16 aprile 2016

Il Vangelo della Domenica - 17 aprile 2016


Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono. Non dice: mi ob­bediscono. Seguire è molto di più: significa percorrere la stessa strada di Gesù, u­scire dal labirinto del non senso, vivere non come e­secutori di ordini, ma come scopritori di strade. Vuol di­re: fine dell'immobilismo, camminare per nuovi oriz­zonti, nuove terre, nuovi pensieri. Chiamati, noi e tutta la Chiesa, ad allenarci alla sorpresa e alla meravi­glia per cogliere la voce di Dio, che è già più avanti, più in là. E perché ascoltare la sua vo­ce? La risposta di Gesù: per­ché io do loro la vita eterna. Ascolterò la sua voce per­ché, come una madre, Lui mi fa vivere, la voce di Dio è pane per me. Così come «la voce degli uomini è pane per Dio». Per una volta almeno, fer­miamo tutta la nostra at­tenzione su quanto Gesù fa per noi. Lo facciamo così poco. I maestri di quaggiù sono lì a ricordarci doveri, obblighi, comandamenti, a richiamarci all'impegno, al­lo sforzo, all'ubbidienza. Molti cristiani rischiano di scoraggiarsi perché non ce la fanno. Ed io con loro. Allora è bene, è salute dell'a­nima, respirare la forza che nasce da queste parole di Gesù: io do loro la vita eter­na. Vita eterna vuol dire: vi­ta autentica, vita per sem­pre, vita di Dio, vita a pre­scindere. Prima che io dica sì, Lui ha già seminato in me germi di pace, semi di luce che iniziano a germinare, a guidare i disorientati nella vita verso il paese della vita. «Nessuno le strapperà dalla mia mano». La vita eterna è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. E nel­la sua voce. Siamo bambini che si ag­grappano forte a quella ma­no che non ci lascerà cade­re. Come innamorati cerchia­mo quella mano che scalda la solitudine. Come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita.
Dalla certezza che il mio no­me è scritto sul palmo del­la sua mano, dice il profeta, con una immagine dolce, come di ragazzi che si scri­vono sulla mano le cose im­portanti, da non dimenti­care all'esame; da questa vi­gorosa certezza, da non svendere mai, che per Dio io sono indimenticabile, che niente e nessuno mai mi potrà separare e strap­pare via, prende avvio la mia strada nella vita: essere an­ch'io, per quanti sono affi­dati al mio amore e alla mia amicizia, cuore da cui non si strappa, mano da cui non si rapisce.

Il Vangelo della Domenica - 10 aprile 2016

Gli Apostoli sono tornati là dove tutto ha avuto inizio, al loro mestiere di prima, alle parole di sempre: vado a pe­scare, veniamo anche noi; e poi notti di fatica, barche vuote, vol­ti delusi. L'ultima apparizione di Gesù è raccontata nel contesto della nor­malità del quotidiano. Dentro di esso, nel cerchio delle azioni di tutti i giorni anche a noi è dato di incontrare Colui che abita la vita e le persone, non i recinti sacri. Gesù ritorna da coloro che l'han­no abbandonato, e invece di chie­dere loro di inginocchiarsi da­vanti a lui, è lui che si inginocchia davanti al fuoco di brace, come u­na madre che si mette a prepara­re da mangiare per i suoi di casa. È il suo stile: tenerezza, umiltà, custodia. Amici, vi chiamo, non servi. Ed è molto bello che chieda: portate un po' del pesce che avete preso! Gesù, maestro di umanità, usa il linguaggio semplice dell'amore, domande risuonate sulla terra in­finite volte, sotto tutti i cieli, in bocca a tutti gli innamorati che non si stancano di sapere: mi a­mi? Mi vuoi bene? Semplicità estrema di parole che non bastano mai, perché la vita ne ha fame; di domande e rispo­ste che anche un bambino capi­sce perché è quello che si sente dire dalla mamma tutti i giorni. Il linguaggio del sacro diventa il linguaggio delle radici profonde della vita. La vera religione non è mai separata dalla vita. Seguiamo le tre domande, sem­pre uguali, sempre diverse: Simo­ne, mi ami più di tutti? Pietro ri­sponde con un altro verbo, quel­lo più umile dell'amicizia e del­­l'affetto: ti voglio bene. Anche nel­la seconda risposta Pietro man­tiene il profilo basso di chi cono­sce bene il cuore dell'uomo: ti so­no amico. Nella terza domanda succede qualcosa di straordina­rio. Gesù adotta il verbo di Pietro, si abbassa, si avvicina, lo rag­giunge là dov'è: Simone, mi vuoi bene? Dammi affetto, se l'amore è troppo; amicizia, se l'amore ti mette paura. Pietro, sei mio ami­co? E mi basterà, perché il tuo de­siderio di amore è già amore.
Gesù rallenta il passo sul ritmo del nostro, la misura di Pietro diven­ta più importante di sé stesso: l'amore vero mette il tu prima del­l’io.
Pietro sente il pianto salirgli in gola: vede Dio mendicante d'amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, e un cuore sincero.

domenica 3 aprile 2016

Il Vangelo della Domenica - 3 aprile 2016

Erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per paura dei Giu­dei. Una comunità chiusa, impaurita, a porte sbarrate; Tommaso no, lui va e vie­ne, è un coraggioso (aveva esortato i suoi compagni: andiamo anche noi a morire con lui!). Lì dentro si sentiva mancare l'aria. Abbiamo visto il Signore, qui, quando tu non c'eri, gli dicono. E lui: se non vedo con i miei occhi non vi credo. Tommaso è un prezioso compagno di viaggio, come tutti quelli, dentro e fuo­ri della chiesa, che vogliono vedere, vo­gliono toccare, con la serietà che meri­ta la fede; tutti quelli che sono esigenti e radicali, e non si accontentano del sentito dire, ma vogliono una fede che si incida nel cuore e nella storia. Che bello se anche nella Chiesa fossimo educati con lo stile di Gesù, che forma­va più alla serietà e all'approfondimen­to, alla libertà e al coraggio, che non al­l'ubbidienza. Poi il momento centrale: l'incontro con il Risorto. Gesù invece di imporsi, si pro­pone, si espone: “Metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fian­co”. Gesù rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Non si scanda­lizza, si ripropone con le sue ferite a­perte. La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, perché la morte di cro­ce non è un semplice incidente da su­perare, è invece qualcosa che deve re­stare per l'eternità, gloria e vanto di Cri­sto, il punto più alto, la rivelazione mas­sima dell'amore di Dio. Nel cuore del cielo sta, per sempre, carne d'uomo fe­rita. Nostro alfabeto d'amore. Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e han­no creduto! Ecco una beatitudine che sento finalmente mia, le altre le ho sem­pre sentite difficili, cose per pochi co­raggiosi, per pochi affamati di immen­so. Finalmente una beatitudine per tutti, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede, per chi ricomincia.
Beati voi... grazie a tutti quelli che cre­dono senza necessità di segni, anche se hanno mille dubbi, come Tommaso. So­no quelli che se una volta potessero toc­care Gesù da vicino - vedere il volto, toccare il volto - se una volta potranno ve­derlo, ma in noi, anch'essi diranno: Mio Signore e mio Dio!

sabato 26 marzo 2016

Auguri: sia una Pasqua di risurrezione!




Con le parole di papa Francesco, vi formuliamo i nostri auguri in occasione della Santa Pasqua:

“Che grande gioia per me potervi dare questo annuncio: Cristo è risorto! Vorrei che giungesse in ogni casa, in ogni famiglia, specialmente dove c’è più sofferenza, … 
Soprattutto vorrei che giungesse a tutti i cuori, perché è lì che Dio vuole seminare questa Buona Notizia: Gesù è risorto, c’è speranza per te, non sei più sotto il dominio del peccato, del male! Ha vinto l’amore, ha vinto la misericordia! Sempre vince la misericordia di Dio.”

Buona Pasqua!
don Elia, don Roberto, don Marco

Il Vangelo della Domenica - 27 marzo 2016 - Domenica di Pasqua


E' ancora buio e le don­ne si recano al sepol­cro di Gesù, le mani cariche di aromi. Vanno a prendersi cura del corpo di lui, con ciò che hanno, co­me solo le donne sanno. Al buio, seguendo la bussola del cuore. Come il sole, Cristo ha pre­so il proprio slancio nel cuo­re di una notte: quella di Natale - piena di stelle, di an­geli, di canti - e lo riprende in un'altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile, dove veglia un pugno di uomini e di donne total­mente disorientati.
Notte dell'Incarnazione, in cui il Verbo si fa carne. Not­te della Risurrezione in cui la carne indossa l'eternità, in cui si apre il sepolcro, vuoto e risplendente nel fresco del­l'alba. E nel giardino è pri­mavera. Così respira la fede, da una notte all'altra. Pasqua ci invita a mettere il nostro respiro in sintonia con quell'immenso soffio che unisce incessantemen­te il visibile e l'invisibile, la terra e il cielo, il Verbo e la carne, il presente e l'oltre. Il racconto di Luca è di e­strema sobrietà: entrarono e non trovarono il corpo di Ge­sù. Il primo segno di Pasqua è la tomba vuota. Nella sto­ria umana manca un corpo al bilancio della violenza; i suoi conti sono in perdita. Manca un corpo alla contabilità della morte, il suo bi­lancio è negativo. La storia cambia: il violento non avrà in eterno ragione della sua vittima. Perché cercate tra i morti co­lui che è vivo? Il bellissimo nome che gli danno gli angeli: Colui che è vivo! Io sen­to che qui è la scommessa della mia fede: se Cristo è vi­vo, adesso, qui. Non tanto se vive il suo insegnamento o le sue idee, ma se la sua per­sona, se lui è vivo, mi chia­ma, mi tocca, respira con me, semina gioia, e ama. Non simbolicamente, non apparentemente, non ideal­mente, ma realmente vivo.
Perché Cristo è risorto? Dio l'ha risuscitato perché fosse chiaro che un amore così è più forte della morte, che u­na vita come la sua non può andare perduta. Noi tutti siamo qui sulla ter­ra per fare cose che merita­no di non morire. Tutto ciò che vivremo nell'amore non andrà perduto.

sabato 19 marzo 2016

Il Vangelo della Domenica - 20 marzo 2016 - Domenica delle Palme


Sono i giorni supremi, i giorni del nostro desti­no. «Volete sapere qual­cosa di voi e di me? - dice il Signore -. Vi dò un appunta­mento: un uomo in croce. Volgete lo sguardo a Colui che è posto in alto».
Il giorno prima, giovedì, l'ap­puntamento di Dio è stato un altro: uno che è posto in bas­so. Che cinge un asciugama­no e si china a lavare i piedi ai suoi. Chi è Dio? Il tuo lava­piedi. In ginocchio davanti a me. Le sue mani sui miei pie­di. Davvero, come a Pietro, ci viene da dire: ma Tu sei tutto matto. E Lui a ribadire: sono come lo schiavo che ti aspet­ta, e al tuo ritorno ti lava i pie­di. Il cristianesimo è scanda­lo e follia. E io, nella vita, di fronte al­l'uomo che atteggiamento ho? Quanto somigliante a quello del Salvatore? Sono il servitore del bisogno e della gioia di mio fratello? Sono il lavapiedi dell'uomo? Ve la immaginate una uma­nità dove ognuno corre ai pie­di dell'altro? Dove ognuno si inchina davanti all'uomo, co­me il gesto emozionante del vescovo di Roma che si in­china, al balcone di San Pie­tro, al suo primo apparire, chiedendo preghiera e bene­dizione, dando venerazione e onore a ogni figlio della ter­ra? La croce è l'immagine più pu­ra e più alta che Dio ha dato di se stesso. «Per sapere chi sia Dio devo solo inginoc­chiarmi ai piedi della Croce» (Karl Rahner). Dio è così: è bacio a chi lo tra­disce. Non spezza nessuno, spezza se stesso. Non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue. Non chiede più sacrifici a me, sacrifica se stesso per me. E noi qui disorientati, che non capiamo. Ma poi lo stupore, e anche l'innamoramento. Do­po duemila anni sentiamo, come le donne, il centurione, il ladro, che nella Croce c'è at­trazione e seduzione, c'è bel­lezza. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla col­lina dove il Figlio di Dio si la­scia inchiodare, povero e nu­do, per morir d'amore. Dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.
Fondamento della fede cri­stiana è la cosa più bella del mondo: un atto d'amore to­tale. La croce è domanda sempre aperta, so di non ca­pire. Alla fine però ciò che convince è di una semplicità assoluta: Perché la croce / il sorriso / la pena inumana?/ Credimi / è così semplice / quando si ama. (Jan Twardowski)
Si fece buio su tutta la terra da mezzogiorno fino alle tre. U­na notazione temporale che ha il potere di riempirmi di speranza: perché dice che è fissato un limite alla tenebra, un argine al dolore: tre ore può infierire, ma non andrà oltre, poi il sole ritorna. Così fu in quel giorno, così sarà an­che nei giorni della nostra an­goscia.
«Ciò che ci fa credere è la cro­ce, ma ciò in cui crediamo è la vittoria della croce, la vit­toria della vita» (Pascal).

Il Vangelo della Domenica - 13 marzo 2016

Una trappola ben congegnata, per porre Gesù o contro Dio o contro l'uomo. Gli scribi e i fa­risei gli condussero una donna... la pose­ro in mezzo. Donna senza nome, che per scribi e farisei non è una persona, è una co­sa, che si prende, si porta, si conduce, si pone di qua o di là, dove a loro va bene. Che si può mettere a morte. Una donna ferita nella per­sona, nella sua dignità, nella sua gran­dezza e inviolabilità. Gesù si chinò e scriveva col dito per ter­ra... Davanti a quella donna Gesù chi­na gli occhi a terra, come preso da un pudore santo davanti al mistero di lei. Gli fa male vederlo calpestato in quel modo. «Chi di voi è senza peccato getti per pri­mo la pietra contro di lei». Gesù butta al­l'aria tutto il vecchio ordinamento con una battuta sola, con parole taglienti e così vere che nessuno può ribattere. Nessuno ti ha condannata? Neanch'io ti condanno. Ecco la giustizia di Dio: non quella degli uomini ma quella di Ge­sù, il giusto che giustifica, il santo che rende giusti, venuto a portare non la resa dei conti ma una rivoluzione ra­dicale dei rapporti tra Dio e uomo, e di conseguenza tra uomo e uomo. A raccontare di una mano, di un cuore amorevole che ci prende in braccio e, per la prima volta, ci ama per quello che siamo, perdonando ogni errore, sciogliendo ogni ferita, ogni dolore. Più avanti compirà qualcosa di ancor più radicale: metterà se stesso al posto di quella donna, al posto di tutti i con­dannati, di tutti i colpevoli, e si lascerà uccidere da quel potere ritenuto di o­rigine divina, spezzando così la cate­na malefica là dove essa ha origine, in una terribile, terribilmente sbagliata i­dea di Dio. Va e d'ora in poi non peccare più: ciò che sta dietro non importa, importa il be­ne possibile domani. Tante persone vi­vono come in un ergastolo interiore. Schiacciate da sensi di colpa, da erro­ri passati … Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i pati­boli su cui spesso trasciniamo noi stes­si e gli altri. Sa bene che solo uomini e donne liberati e perdonati possono dare ai fratelli libertà e perdono.Va', muoviti da qui, vai verso il nuovo, e porta lo stesso amore, lo stesso per­dono, a chiunque incontri. Il perdono è il solo dono che non ci farà più vit­time e non farà più vittime, né fuori né dentro noi.

domenica 6 marzo 2016

Il Vangelo della Domenica - 6 marzo 2016



Un padre aveva due fi­gli. Se ne va, un gior­no, il più giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità. Non a mani vuote, però, pretende l'eredità: co­me se il padre fosse già mor­to per lui. Probabilmente non ne ha una grande opi­nione, forse gli appare un debole, forse un avaro, o un vecchio un po' fuori dal mondo. Ma i ribelli in fondo chiedo­no solo di essere amati.Il fratello maggiore intanto continua la sua vita tutta ca­sa e lavoro, però il suo cuo­re è altrove, è assente. Lo ri­vela la contestazione finale al padre: io sempre qui a dir­ti di sì, mai una piccola soddisfazione per me e i miei a­mici. Neanche lui ha una grande opinione di suo pa­dre: un padre padrone, che si può o si deve ubbidire, ma che non si può amare. L'obiettivo di questa para­bola è precisamente quello di farci cambiare l'opinione che nutriamo su Dio. Il primo figlio pensa che la vita sia uno sballo, è un ado­lescente nel cuore. Cerca la felicità nel principio del pia­cere. Ma si risveglia dal suo sogno in mezzo ai porci a ru­bare le ghiande. Il principe ribelle è diventato servo. Allora ritorna in sé, dice il racconto, perché prima era come fuori di sé, viveva di cose esterne. Riflette e deci­de di tornare. Forse perché si accorge di amare il padre? No, perché gli conviene. E si prepara la scusa per essere accolto: avevi ragione tu, so­no stato uno stupido, ho sbagliato... Continua a non capire nulla di suo padre. Un Padre che è il racconto del cuore di Dio: lascia an­dare il figlio anche se sa che si farà male, un figlio che gli augura la morte. Un padre che ama la libertà dei figli, la provoca, la attende, la fe­steggia, la patisce. Un padre che corre incontro al figlio, perché ha fretta di capovolgere il dolore in ab­bracci, di riempire il vuoto del cuore. Per lui perdere un figlio è una perdita infinita. Non ha figli da buttare, Dio. Un padre che non rinfaccia, ma abbraccia; non sa che farsene delle scuse, le nostre ridicole scuse, perché il suo sguardo non vede il peccato del figlio, vede il suo ragaz­zo rovinato dalla fame.
Un Padre che infine esce a pregare il figlio maggiore, al­le prese con l'infelicità che deriva da un cuore non sin­cero, un cuore di servo e non di figlio, e tenta di spiegare e farsi capire, e alla fine non si sa se ci sia riuscito. Un pa­dre che non è giusto, è di più: amore, esclusivamente a­more. Allora Dio è così? Così ec­cessivo, così tanto, così esa­gerato? Sì, il Dio in cui cre­diamo è così. Immensa rive­lazione per cui Gesù darà la sua vita.
Ma non si accontenta di sfa­marlo, vuole una festa con il meglio che c'è in casa, vuo­le reintegrarlo in tutta la sua dignità e autorità di prima: mettetegli l'anello al dito! E non ci sono rimproveri, ri­morsi, rimpianti.

domenica 28 febbraio 2016

La porta è aperta per te!

L’immagine sicuramente più significativa e ricorrente dell’Anno Santo della Misericordia è quella della porta, anche perché il papa ha deciso che ogni diocesi aprisse una “porta santa” nelle proprie Chiese Cattedrali.
E’ una immagine ricca di significati. 
Il primo si riferisce a Cristo; egli stesso, nel vangelo di Giovanni, si definisce come la porta delle pecore; chi passa attraverso questa porta che è Gesù, troverà salvezza.
Attraversare la porta santa nell’Anno Giubilare, allora, significa immettersi in modo più profondo nel mistero di Cristo, radicarsi in Lui, unirsi a Lui, ritornare a Lui.
Un secondo significato è legato al riferimento alla Chiesa e alla comunità ecclesiale: attraversare la porta santa significa entrare, o rientrare “a casa”, ovvero dentro quella famiglia dei credenti che è la Chiesa, riscoprendo il valore di una comunione che trova le sue radici nell’unica fede in Cristo.
Entrare o rientrare nella famiglia dei credenti significa anche per noi riaprire porte che forse abbiamo chiuso e non ancora riaperto, cioè riscoprire e riallacciare relazioni, riagganciare fratelli e sorelle nella fede che forse non conosciamo ma soprattutto, intraprendere cammini di riconciliazione laddove qualcosa si fosse incrinato o ferito, cammini di riconciliazione che possano trovare il loro sbocco naturale nella celebrazione del Sacramento della Misericordia: la Confessione.
L’immagine della porta si riferisce anche al nostro cuore, alla nostra vita interiore, dove Cristo vuole trovare spazio per abitare. Bella e commovente, al proposito, la pagina dell’Apocalisse dove il Cristo afferma: “Ecco, sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre entrerò da lui, cenerò con lui ed egli con me.”
Un appello alla nostra libertà, che il Signore non vuole forzare; la sua presenza, però, ci interpella e chiede risposta, chiede apertura della “porta del cuore”.
Di nuovo la porta evoca il significato della comunicazione: entrare, uscire; e poi: dentro, fuori...
Due realtà, due mondi che comunicano tra loro. Penso alla comunità cristiana e alla storia, al mondo, alla gente con le sue storie spesso faticose e fragili, spesso oltre “la soglia” di quella che definiremmo la normalità … ma che cos’è la normalità? 
Porte aperte per te! Mi sembra questo il messaggio che possiamo raccogliere ed offrire attraversando “la porta santa” nell’Anno del Giubileo: porte aperte all’accoglienza, al dialogo, al confronto, all’incontro, alla riconciliazione.
E’ anche l’augurio per la prossima Pasqua.
Pasqua significa “passaggio”: attraversare la porta che è Cristo, aprire la porta del cuore a Cristo e aprire la porta ai fratelli, sarà il modo migliore di celebrare la Risurrezione del Signore.

Il Vangelo della Domenica - 28 febbraio 2016

Racconti di morte, nel Vangelo, e grandi do­mande. Che colpa a­vevano quei diciotto uccisi dalla caduta della torre di Si­loe? È Dio che manda il ter­remoto? Per castigare qual­cuno distrugge una città? Ge­sù prende le difese di Dio e degli uccisi: la mano di Dio non produce morte; l'asse at­torno al quale gira la storia non è il peccato. Chi soffre si chiede: che cosa ho fatto di male per meritarmi questo castigo? Gesù risponde: niente, non hai fatto niente. Dio è amore e l'amore non conosce altro castigo che ca­stigare se stesso. Smettila di pensare che l'esistenza si svolga nell'aula di un tribu­nale, Dio non spreca la sua eternità in condanne, o in vendette. La gente interroga Gesù su fatti di cronaca, ed è chiamata a guardarsi dentro.
Se non vi convertirete, perire­te tutti. Due torri gemelle so­no crollate, un 11 settembre di anni fa, ma vi abbiamo let­to solo un fatto di cronaca, non un richiamo alla con­versione. Se l'uomo non cambia, se non imbocca al­tre strade, se non si converte in costruttore di pace e giu­stizia, questa terra andrà in rovina perché fondata sulla sabbia della violenza e del­l'ingiustizia. Gesù l'ha messo come comando che riassu­me tutto: amatevi, altrimen­ti vi distruggerete tutti. Il Van­gelo è tutto qui. Amatevi, al­trimenti perirete tutti, in vite impaurite e inutili. Nella pa­rabola del fico sterile chi rap­presenta Dio non è il padro­ne esigente, che pretende giustamente dei frutti, ma il contadino paziente e fidu­cioso: «voglio lavorare ancora un anno attorno a questo fico e forse porterà frutto».
Ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia e lavoro: quest'albero è buo­no, darà frutto! Tu sei buono, darai frutto! Dio, come un contadino, si prende cura co­me nessuno di questa vite, di questo campo seminato, di questo piccolo orto che io so­no, mi lavora, mi pota, sento le sue mani ogni giorno. «Forse, l'anno prossimo por­terà frutto». In questo forse c'è il miracolo della pietà di­vina: una piccola probabilità, uno stoppino fumigante so­no sufficienti a Dio per at­tendere e sperare. Si accon­tenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. Per lui il be­ne possibile domani conta più della sterilità di ieri. Con­vertirsi è credere a questo Dio contadino, simbolo di speranza e serietà, affaticato attorno alla zolla di terra del mio cuore. Salvezza è porta­re frutto, non solo per sé, ma per altri. Come il fico che per essere autentico deve dare frutto, per la fame e la gioia d'altri, così per star bene l'uo­mo deve dare. È la legge del­la vita.

sabato 20 febbraio 2016

Il Vangelo della Domenica - 21 febbraio 2016

Gesù è a una svolta del­la sua missione, ha messo i suoi discepoli davanti allo sconcerto del pri­mo annuncio della passione: il Figlio dell'uomo deve soffri­re molto, essere rifiutato, veni­re ucciso. E i dubbi sono le­gione, è tutto così difficile da capire e da vivere. E allora an­che lui si ferma, vuole veder­ci chiaro, ed è davanti al Padre che va per cogliere il senso profondo di ciò che sta per ac­cadere. Nel contatto con il Padre an­che la nostra realtà si illumi­na, ciò che è nascosto appare in tutta la sua chiarezza ed e­videnza, come il volto di Ge­sù: Mentre pregava il suo vol­to cambiò di aspetto, si trasformò. Pregare trasforma. Pregare ti cambia dentro, tu diventi ciò che contempli, ciò che ascol­ti, ciò che ami... Preghi e ti tra­sformi in Colui che preghi; en­tri in intimità con Dio, che ha un cuore di luce, e ne sei illuminato a tua volta. La pre­ghiera è mettersi in viaggio: destinazione Tabor, un batte­simo di luce e di silenzio; de­stinazione futuro, lampada ai tuoi passi è la Parola e il cuo­re di Dio.

Gesù sale su di un monte. I monti sono come indici pun­tati verso il cielo, verso il mi­stero di Dio, raccontano la vi­ta come una ascensione ver­so più luce e più cielo. Siamo mai saliti sul Tabor, toc­cati dalla gioia, dalla dolcezza di Dio? Vi è mai successo di dire come Pietro: Signore, che bello! Vorrei che questo mo­mento durasse per sempre. Facciamo qui tre tende...? Si trattava di una luce, una bellezza, un amore che can­tavano dentro. E una voce di­ceva: è bello stare su questa terra, che è gravida di luce. È bello essere uomini, dentro u­na umanità che pian piano si libera, cresce, ascende. È bel­lo vivere. Perché tutto ha sen­so, un senso positivo, senso per sempre. Il cristianesimo è proprio la religione della penitenza e della mortificazione, come molti pensano? Il Tabor dice «no». E che fare con le croci? Fissare gli occhi solo su di es­se o all'opposto ignorarle? Dio fa di più: ci regala quel volto che gronda luce, su cui tene­re fissi gli occhi per affronta­re il momento in cui la vita gronda sangue, come Gesù nell'orto degli ulivi. Pietro fa l'esperienza che Dio è bello e lo annuncia. Noi in­vece abbiamo ridotto Dio in miseria, l'abbiamo mostrato pedante, pignolo, a rovistare nel passato e nel peccato.
Restituiamogli il suo volto so­lare: un Dio bello, grembo di fioriture, un Dio da gustare e da godere, come Francesco: «tu sei bellezza, tu sei bellez­za», come Agostino: tardi ti ho amato. Bellezza tanto antica e tanto nuova. Allora credere sarà come bere alle sorgenti della luce.

sabato 13 febbraio 2016

Il Vangelo della Domenica - 14 febbraio 2016

Le tre tentazioni di Gesù sono le tentazioni del­l'uomo di sempre. Ten­tazione significa in realtà fa­re ordine nelle nostre scelte e nelle relazioni di fondo: o­gnuno tentato verso se stes­so: hai fame? Dì che queste pietre diventino pane! Tra­sforma tutto in cose da con­sumare, in denaro. Ognuno tentato verso gli altri: vuoi co­mandare, importi, contare più degli altri? Io so la strada: vénditi! Ognuno tentato ver­so Dio: bùttati dal tetto, tan­to Lui manderà angeli a so­stenerti. Hai dubbi? Dio man­derà segni e visioni a scio­glierli. La prima tentazione: che que­ste pietre diventino pane! Pie­tre o pane? È una piccola al­ternativa, che Gesù apre, spa­lanca: Né di pietre né di solo pane vive l'uomo. Siamo fat­ti per cose più grandi. Il pane è buono ma più buona è la parola di Dio, il pane è vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Il pane è indispensa­bile, eppure contano di più altre cose: le creature, gli af­fetti, le relazioni, l'eterno in noi. Ciò che ci fa vivere è la nostra fame di cielo: L'uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Vive di Vangelo e di creature: dalla sua parola sono venuti la lu­ce, il cosmo e la sua bellezza, il respiro che ci fa vivere. Sei venuto tu, fratello mio, mio amico, amore mio: parola pronunciata da Dio per me.
La seconda tentazione è una sfida aperta a Dio. «Buttati giù, chiedi a Dio un miraco­lo» ciò che sembrerebbe il più alto atto di fede - a occhi chiu­si, con fiducia! - ne è, invece, la caricatura, pura ricerca del proprio vantaggio. È come se Gesù dicesse: tu non cerchi Dio ma i suoi benefici. Non cerchi il Donatore, ma solo i suoi doni. Un Dio a tuo ser­vizio.
Eppure quando invece di an­geli vengono la malattia, un fallimento, la morte, tutti ci domandiamo: Perché Dio non interviene? Dove sono gli angeli che ha promesso? Dio invia angeli, persone buone come angeli, che portano non ciò che io desidero, ben­sì ciò di cui, forse a mia insa­puta, ho davvero bisogno. Nella terza tentazione il dia­volo rilancia: prostrati da­vanti a me, segui le mie stra­de, venditi alla mia logica, e a­vrai tutto. Il diavolo fa un mercato con l'uomo, un mer­cimonio. Esattamente il con­trario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni. E quanti hanno seguito le stra­de del Nemico dell'umanità, facendo mercato di se stessi, vendendo la loro dignità in cambio di carriera, poltrone o denaro facile, ci fanno ri­flettere: a che serve gonfiarsi di soldi e di poteri, se poi per­di vita, se ci rimetti in uma­nità, se vendi l'anima? Vuoi «possedere» le persone?
Assicuragli pane e potere, di­ce, e ti seguiranno. Ma Gesù non vuole «possedere» nes­suno. Dio non cerca schiavi ossequienti, ma figli che sia­no liberi, generosi e amanti.

sabato 6 febbraio 2016

Il Vangelo della Domenica - 7 febbraio 2016

Quattro pescatori so­no lanciati in un'av­ventura più grande di loro: pescare per la vita. Pescare produce la mor­te dei pesci. Ma per gli uo­mini non è così: pescare si­gnifica «catturare vivi», è il verbo usato nella Bibbia per indicare coloro che in una battaglia sono salvati dalla morte e lasciati in vita. Nella battaglia per la vita l'uomo sarà salvato, protetto dall'a­bisso dove rischia di cadere, portato alla luce.
«Sarai pescatore di uomini»: li raccoglierai da quel fondo dove credono di vivere e non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro respi­ro, un altro cielo, un'altra vi­ta! Raccoglierai per la vita.
Gesù sale anche sulla mia barca, non importa se è vuo­ta e l'ho tirata in secco, e di­ce anche a me: Vuoi mettere a disposizione la tua barca, la barca della tua vita? c'è u­na missione per te. Quella stessa di Pietro, che è per tut­ti, non solo per preti o suore: se pescare non significa da­re la morte, ma portare a vi­vere meglio, con più respiro e luce, portare a galla la per­sona da quel fondo limac­cioso, triste, senza speranza, in cui vive, allora in questa nostra «epoca delle passioni tristi» un grande lavoro è da compiere. Non noi però, ma lo Spirito di Dio. Sulla tua parola getterò le re­ti. Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, ma sguardi: per Gesù guardare una persona e amarla era la stessa cosa. Pietro in quegli occhi ha vi­sto l'amore per lui. Si è sen­tito amato, sente che la sua vita è al sicuro accanto a Ge­sù, crede nella forza dell'a­more che ha visto, e si fida.

E le reti si riempiono. Simo­ne, davanti a questa potenza e mistero, ha paura: allonta­nati da me, perché sono un peccatore. E Gesù ha una rea­zione bellissima: trasporta Simone su di un piano total­mente diverso. Non si inte­ressa dei suoi peccati; ha u­na sovrana indifferenza per il passato di Simone, pronuncia parole che creano fu­turo: Non temere. Tu sarai pe­scatore, donerai vita. […]

Lasciarono tutto e lo seguiro­no. Senza neppure chiedersi dove li condurrà. Sono i «fu­turi di cuore». Vanno dietro a lui e vanno verso l'uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.

Il Vangelo della Domenica - 31 gennaio 2016

Gesù ha presentato il suo programma per un mondo senza più disperati, poveri, ciechi, op­pressi, la sua strada per la pienezza dell'umano, e tut­ti nella sinagoga di Nazaret capiscono di aver ascoltato parole nuove, che fanno be­ne, parole di grazia! Ma l'en­tusiasmo passa in fretta, i compaesani hanno già ca­talogato Gesù, non è costui il figlio di Giuseppe? L'hanno chiuso nelle loro categorie, e non si aprono alla sorpresa. Ma la vita si spegne quando muoiono le attese. È ciò che accade nelle famiglie, tra gli sposi, tra genitori e figli, tra amici. L'abitudine spegne il mistero e la sorpresa, e l'al­tro invece di essere una fi­nestra di cielo, una benedi­zione che cammina, è solo il figlio di Giuseppe, o il fale­gname, l'idraulico, il posti­no, la maestra... Dico di co­noscerlo, ma cosa so del mi­stero di quella persona? Per che cosa batte il suo cuore, cosa lo fa soffrire, cosa lo fa felice, per quali persone spe­ra e trema?... E poi, ancora più importan­te, so lasciarmi sfiorare al­meno dal pensiero enorme che quella persona che co­nosco così bene ha in se un pezzetto di Dio, una profe­zia? C'è profezia nel quoti­diano, profezia di casa mia, che come gli abitanti di Na­zaret non riusciamo a vede­re: «Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fal­lo anche qui!». Non ci basta­no belle parole. E Gesù […] dice ai suoi compaesani: voi non cercate Dio, ma solo i suoi vantaggi. Adorano un Dio sbagliato e la loro fede sbagliata genera il più sbagliato degli istinti: un istinto di morte. Vogliono uccidere Gesù, ma lui passa in mezzo a loro si mette in cammino. Un finale a sor­presa. Anche nelle situazio­ni senza uscita, sul ciglio del monte con una folla che ur­la, accade qualcosa di in­congruo, come sempre ne­gli interventi di Dio, un pun­to bianco, un improvviso vuoto, un 'ma': ma egli pas­sando in mezzo a loro si mi­se in cammino. Non fugge, non si nasconde, non si ar­rende, ma passa in mezzo a loro, a portata di quella furia, attraversa la violenza e si ri­mette in cammino dietro al suo ideale. Per una Nazaret che si chiude cento altri vil­laggi gli apriranno le porte.

Perché si può ostacolare la profezia, ma non ucciderla. La sua vitalità è inconteni­bile perché viene da Dio.
Anche la nostra Chiesa e il nostro Paese oggi trabocca­no di mistici, profeti, sogna­tori, coraggiosi. Quello che manca sono gli ascoltatori. Manchiamo noi che non sappiamo vedere l'infinito all'angolo della strada, il mi­stero rannicchiato sulla so­glia della nostra casa.

Il Vangelo della Domenica - 24 gennaio 2016


Un racconto di una modernità unica, do­ve Luca crea una tensione, u­na aspettativa con questo magistrale racconto, che si di­pana come al rallentatore: riavvolse il rotolo, lo riconse­gnò e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. E seguono le prime pa­role ufficiali di Gesù: oggi la parola del profeta si è fatta carne. Gesù si inserisce nel solco dei profeti, li prende e li incarna in sé. E i profeti, da parte lo­ro, lo aiutano a capire se stes­so, chi è davvero, dove è chia­mato ad andare: lo Spirito del Signore mi ha mandato ai po­veri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. Da subito Gesù sgombra tutti i dubbi su ciò che è venuto a fare: è qui per togliere via dall'uomo tutto ciò che ne im­pedisce la fioritura, perché sia chiaro a tutti che cosa è il re­gno di Dio: vita in pienezza, qualcosa che porta gioia, che libera e da luce, che rende la storia un luogo senza più disperati. E si schiera, non è imparzia­le Dio; sta dalla parte degli ul­timi, mai con gli oppressori. Viene come fonte di libere vi­te, e da dove cominciare se non dai prigionieri? Gesù non è venuto per riportare i lon­tani a Dio, ma per portare Dio ai lontani, a uomini e donne senza speranza, per aprirli a tutte le loro immense poten­zialità di vita, di lavoro, di creatività, di relazione, di in­telligenza, di amore.  Il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato della persona, il suo primo sguar­do va sempre sulla povertà e sulla fame dell'uomo. Per questo nel Vangelo ricorre più spesso la parola poveri, che non la parola peccatori. Non è moralista il Vangelo, ma creatore di uomini liberi, veg­genti, gioiosi, non più op­pressi. Scriveva padre Van­nucci: «Il cristianesimo non è una morale ma una scon­volgente liberazione». La lie­ta notizia del Vangelo non è l'offerta di una nuova mora­le migliore, più nobile o più benefica delle altre. Buona notizia di Gesù non è neppu­re il perdono dei peccati.

La buona notizia è che Dio mette l'uomo al centro, e di­mentica se stesso per lui, e schiera la sua potenza di li­berazione contro tutte le op­pressioni esterne, contro tut­te le chiusure interne, perché la storia diventi “altra” da quello che è. Un Dio sempre in favore dell'uomo e mai contro l'uomo.
Infatti la parola chiave è “li­berazione”. E senti dentro l'e­splosione di potenzialità pri­ma negate, energia che spin­ge in avanti, che sa di vento, di futuro e di spazi aperti. Nel­la sinagoga di Nazaret è allo­ra l'umanità che si rialza e ri­prende il suo cammino verso il cuore della vita, il cui nome è gioia, libertà e pienezza.

sabato 16 gennaio 2016

Il Vangelo della Domenica - 17 gennaio 2016

Il mondo è un immenso pianto e Gesù dà avvio alla salvezza partendo da una festa di nozze. Anziché asciugare lacrime, colma le coppe di vino. Sembra qua­si sprecare la sua potenza a servizio di una causa effi­mera, un po' di vino in più, eppure il Vangelo chiama questo il «principe dei se­gni», il capostipite di tutti.
Perché a Cana Gesù vuole trasmettere il principio de­cisivo della relazione che u­nisce Dio e l'umanità. Tra uomo e Dio corre un rap­porto nuziale, con tutta la sua tavolozza di emozioni forti e buone: amore, festa, gioco, dono, eccesso, gioia. Un legame sponsale, non un rapporto giudiziario o peni­tenziale, lega Dio e noi. Ge­sù partecipa con tutti i suoi alla celebrazione, e procla­ma così il suo atto di fede nell'amore tra uomo e don­na, lui crede nell'amore, lo ratifica con il suo primo pro­digio. Perché l'amore umano è una forza dove è custodita la passione per la vita, dove l'altro ha tutta la tua atten­zione, dove la persona viene prima della legge, dove la speranza batte la rassegna­zione. Dove nascono sogni. La Chiesa, come Gesù, do­vrebbe attingere vino dall'a­more degli uomini, custo­dirlo, inebriarsi e offrirlo al­la sete del mondo. Gesù prende l'amore umano e lo fa messaggio, parola di Dio. Con le nozze l'uomo scende al nodo germinale della vi­ta, e Gesù dice: l'incontro con Dio è la tua primavera, fa germogliare vita, porta fio­riture di coraggio.
«E viene a mancare il vino». Il vino, in tutta la Bibbia, è il simbolo dell'amore felice tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Felice e sempre minac­ciato. Simbolo della fede e dell'entusiasmo, della crea­tività, della passione che vengono a mancare.
Non hanno più vino, espe­rienza che tutti abbiamo fat­to, quando stanchezza e ri­petizione prendono il so­pravvento. Quando ci assal­gono mille dubbi, quando gli amori sono senza gioia e le case senza festa. Ma ecco il punto di svolta del racconto. Maria, la madre attenta, sa­piente della sapienza del Magnificat (sa che Dio ha sa­ziato gli affamati di vita), indi­ca la strada: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Il femminile capace di unire il dire e il fare! Fate il suo Van­gelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne. E si riempi­ranno le anfore vuote del cuore, si trasformerà la vita, da vuota a piena, da spenta a felice.
Più Vangelo è uguale a più vita. Più Dio equivale a più io. A lungo abbiamo pensato che al divertimento Dio pre­ferisse il sacrificio, al gioco la gravità, e abbiamo ricoper­to il Vangelo con un velo di tristezza. Invece a Cana ci sorprende un Dio che gode della gioia degli uomini e se ne prende cura. «Dobbiamo trovare Dio precisamente nella nostra vita e nel bene che ci dà. Trovarlo dentro la nostra felicità terrena».

sabato 9 gennaio 2016

Il Vangelo della Domenica - 10 gennaio 2016

Al centro del brano non è posto il bat­tesimo di Gesù, rac­contato quasi come un inciso, ma l'aprirsi del cielo: «Gesù, ricevuto il battesi­mo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì». Come si apre una breccia nelle mura, come quando si aprono le braccia agli amici, all'amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre sotto l'urgenza dell'amore di Dio, sotto l'impazienza di Ada­mo, sotto l'assedio dei po­veri e nessuno lo rinchiu­derà più. Guardo spesso il cielo chiu­so sopra la mia città, lo guardo con le sue stelle ap­passite, e cerco un pertugio come quello sul Giordano, un graffio d'azzurro, uno strappo nel grigio, per leg­gere, da là, dalla luce, dalla mia parte alta, tutto ciò che è accaduto e accade nella mia vita. Ma anche l'aprirsi del cielo è secondario: scese su di Lui lo Spirito Santo. Spirito è parola che dice vi­ta, dal primo respiro di Dio che accese la fiamma misteriosa della vita nel peta­lo di argilla che è Adamo, da prima ancora quando «aleggiava sulle acque», co­vando l'origine della vita. Santo significa sostanzialmente di Dio. «Scese lo Spirito Santo» si può quindi tradurre così: «Scese la vita di Dio». Alito che rianima la fiamma smor­ta, respiro profondo dell'es­sere, soffio di primavere. E poi fu una voce: «Tu sei il mio figlio amato». Il brano è come una minia­tura di tutto il Vangelo e ne racconta alcune delle verità più alte. Racconta la Trinità per simboli: una voce, un fi­glio, una colomba; racconta Gesù: il Figlio che si fa fra­tello, che si immerge soli­dale nel fiume dell'uma­nità; racconta l'uomo: un fratello che diventa figlio. E parla di me: il cielo che si apre, lo Spirito e la Voce so­no accaduti, sono scesi an­che sul mio battesimo: vita di Dio in me, dilatazione del cuore, incarnazione che non si arresta, io amato co­me Gesù, Dio che preferi­sce ciascuno, ognuno figlio prediletto. Nella Bibbia "figlio" è un ter­mine tecnico, dal significa­to preciso: figlio è il somigliante al padre, colui che compie le stesse sue azioni, che prolunga nella sua vita la vita del padre. Allora ti prende come un desiderio di fare qualcosa che assomigli a ciò che è detto di Gesù: «Passò nel mondo facendo del bene e guarendo ogni male». Sintesi ultima, essenziale, struggente, bellissima del­la vicenda di Gesù, ma an­che di ognuna delle nostre vite. Passare nel mondo fa­cendo del bene, splenden­do per un istante anche se nessuno guarderà il tuo lu­cente sguardo.

domenica 3 gennaio 2016

Il "Bollettino" in versione settimanale

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Il Vangelo della Domenica - 3 gennaio 2016


La liturgia propone lo stesso Vangelo del giorno di Natale, perché Natale si conquista lentamente. Lo stesso Vangelo, ma con una differenza: mentre a Natale l’attenzione, e l’emozione, erano rivolte alla discesa di Dio nella carne, nel tempo, nella notte, le letture oggi ci suggeriscono il movimento inverso. Si apre per noi come uno sfondo di eternità, uno sfondamento del tempo verso l’eterno. Ora è la carne che è assunta dalla Parola, il sangue sale verso il cielo, l’uomo verso Dio. «E il Verbo si è fatto carne». Dio ricomincia da Betlemme. Colui che aveva plasmato Adamo con la polvere del suolo, diventa lui stesso argilla di piccolo vaso. Da allora c’è un frammento di Logos in ogni carne, qualcosa di Dio in ogni uomo. C’è santità, almeno incipiente, e luce in ogni vita. E nessuno potrà più dire: qui finisce la terra, qui comincia il cielo, perché ormai terra e cielo si sono abbracciati. Nessuno potrà dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel neonato, uomo e Dio sono una cosa sola. Almeno a Betlemme.  «A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» . Cristo nasce perché io nasca. Nasca nuovo e diverso. La sua nascita vuole la mia nascita. Gesù non è venuto a portare un elenco di verità, ma vita da vivere; non ci ha comunicato una teoria religiosa, ma una forza di vita.  «Ha dato il potere» , afferma Giovanni, non la semplice opportunità o l’occasione di diventare figli di Dio, ma il potere, la forza, l’energia, la vitalità per spalancare le porte, per varcare le soglie. Il Verbo come forza in noi. In questa carne Cristo è, in questi dubbi, in questi abbandoni, in questa fatica di credere, in questa gioia di credere. È in noi per dirci: amo la tua solitudine, il tuo cercare, amo le tue lacrime, anche la tua debolezza. Non c’è nulla della tua vita che mi lasci indifferente. Tu mi interessi, con la storia del tuo cuore, con la storia della tua casa. Voglio essere in te come luce e come sole, come strada e come pane, come roccia e come nido.  «A quanti l’hanno accolto» . Dio non si merita, si accoglie. L’uomo diventa ciò che accoglie in sé, ciò che lo abita. Vita vera è essere abitati da Dio. Ecco la profondità ultima del Natale: Dio nell’uomo. «Se appena percepiamo qualcosa del significato oceanico di queste due termini, Dio e uomo, intravediamo il dramma immenso del Natale».

venerdì 25 dicembre 2015

domenica 22 novembre 2015

Misericordiosi come il Padre

L’anno che iniziamo sarà totalmente dedicato al tema della misericordia: il papa ha indetto un Anno santo straordinario, un giubileo della misericordia.
Nella bolla di indizione (la lettera con cui ha ufficialmente indetto l’Anno Santo), chiamata Misericordiae Vultus, egli scrive: “Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti.” Chiamati dunque a diventare segno efficace dell’amore del Padre. Il motto che accompagnerà l’anno giubilare è proprio questo: “Misericordiosi come il Padre”; prende spunto dall’invito di Gesù, nel vangelo di Luca: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”.
Se Gesù rivolge questo invito ai suoi discepoli e quindi anche a noi significa che la misericordia è possibile, che si può essere misericordiosi, che possiamo partecipare alla misericordia con cui il Padre ama.


LA MISERICORDIA SI “FA”

Ciò che emerge in tutta la Scrittura e che il Papa ci suggerisce nell’indizione dell’Anno Santo è che la misericordia non è un vago sentimento, non è un’astrazione della mente, ma si traduce in opere, in fatti concreti, in azioni. Con un’espressione che, forse, nella lingua italiana ci suona un po’ male possiamo dire che “la misericordia si fa”.
Di fatto, a partire dalla tradizione biblica e poi dalla tradizione della chiesa, il tema della misericordia si è tradotto nelle “opere di misericordia”, due elenchi di sette opere che non vogliono chiudere il campo alla creatività della carità, ma esprimere una ricchezza di gesti in cui la misericordia può essere espressa.
Vogliamo ricordare e riportare queste due liste.

Opere di misericordia corporali
Dar da mangiare agli affamati
Dar da bere agli assetati
Vestire gli ignudi
Ospitare i pellegrini
Visitare gli infermi
Visitare i carcerati
Seppellire i morti

Opere di misericordia spirituali
Consigliare i dubbiosi
Insegnare agli ignoranti
Ammonire i peccatori
Consolare gli afflitti
Perdonare le offese
Sopportare pazientemente le persone moleste
Pregare Dio per i vivi e per i morti.

PROPOSTE DI FORMAZIONE E DI SPIRITUALITA’ 

L’anno della misericordia ci vedrà obbligatoriamente impegnati a riflettere, pregare e maturare sulle opere di misericordia. I centri di ascolto del vangelo, la scuola di Bibbia, la preghiera silenziosa del martedì e l’adorazione del venerdì, gli incontri del gruppo famiglie, le catechesi al gruppo anziani – pensionati e anche le catechesi per gli adolescenti e giovani verteranno tutte sulle opere di misericordia.


IL LOGO DELL’ANNO

Abbiamo scelto un logo che accompagni il cammino pastorale di quest’anno e che possa ricordarci costantemente il tema di riferimento. E’ un particolare di un famoso dipinto di Rembrandt, “Il Padre misericordioso”, custodito all’Ermitage di san Pietroburgo. Il dettaglio riporta le mani del Padre, che sono il vero centro del dipinto: su di esse si concentra tutta la luce; in esse si incarna la misericordia.
Non sono uguali, ma sono una maschile (robusta, forte, muscolosa, che protegge, difende) ed una femminile (tenera, delicata, che accarezza). Attraverso le mani Rembrandt vuole comunicare il volto paterno e materno di Dio. Dio Padre e Dio Madre.
Le mani che toccano le spalle del figlio sono gli strumenti dell’occhio interiore del padre. «Il tatto sostituisce la vista». Attraverso queste mani il padre afferma di «vedere»: vede lo smarrimento di donne e uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sente compassione per la sofferenza di coloro che hanno scelto di andarsene da casa.
Attraverso le mani, paterna e materna, la misericordia trova la sua concretizzazione, si trasforma in opere di misericordia.
In questo anno vogliamo essere mani di misericordia, mani che vedono e incontrano, che accolgono, che si stringono, che riconciliano, che offrono e donano, che abbracciano, che accarezzano e consolano … mani di misericordia.


IL SACRAMENTO DELLA MISERICORDIA

Un’ultima attenzione per questo anno giubilare sarà al sacramento della misericordia: la riconciliazione, o penitenza, o confessione. Sacramento significa segno concreto, tangibile, della salvezza con cui Dio ci viene incontro. Sarà un sacramento da riscoprire e a cui ritornare. Esso ci ricorda che siamo anzitutto noi bisognosi di misericordia e possiamo esercitarla solo e nella misura in cui l’abbiamo sperimentata.
A questo proposito cercheremo di offrire sussidi che possano aiutarci ad approfondire e a celebrare in modo più consapevole e partecipe il sacramento e noi sacerdoti cercheremo di offrire una maggiore disponibilità, già a partire dal tempo di Avvento e in preparazione al Natale (vedi sotto).

Proposte per il cammino di fede
Centri di Ascolto del Vangelo: Le opere di misericordia spirituali.
Una volta al mese. Per indicazioni dettagliate contattare il parroco.

Scuola di Bibbia: La misericordia nella Bibbia.
- Martedì 24 novembre: L’arte della misericordia: vivere nell’amore
- Martedì 1 dicembre: Il popolo di Israele: una storia all’insegna della misericordia
- Mercoledì 20 gennaio: I salmi: la misericordia diventa preghiera
- Martedì 26 gennaio: Gesù: l’uomo della misericordia
- Martedì 16 febbraio: La Chiesa: una comunità di misericordiosi
- Martedì 23 febbraio: La rivelazione finale: un giudizio di misericordia
Gli incontri si tengono in Oratorio alle ore 21. Relatore: don Stefano Chiapasco.

Preghiera silenziosa: Le opere di misericordia corporali. 
Ogni martedì alle 21, salvo indicazione contraria ed ogni venerdì alle 16.30.
Esercizi Spirituali parrocchiali: Le Parabole della Misericordia.
- Lunedì 7, martedì 8, mercoledì 9 marzo ore 15
Predicatore: mons. Domenico Morstabilini
- Lunedì 7, martedì 8, mercoledì 9 marzo ore 21

Il Sacramento della Misericordia: disponibilità dei sacerdoti per le Confessioni.

Il parroco don Elia è disponibile ogni martedì sera, durante la preghiera silenziosa; ogni venerdì dalle 16.30 alle 17.30, durante l’adorazione; ogni sabato pomeriggio dalle 15.30 alle 17. Don Marco è disponibile quasi tutte le mattine, prima e dopo la Messa delle ore 8.30 a San Fereolo e ogni pomeriggio prima della Messa delle 17, alla chiesa del Sacro Cuore.