Trinità: un solo Dio in tre persone. Dogma che non capisco, eppure liberante, perché mi assicura che Dio non è in se stesso solitudine, che l'oceano della sua essenza vibra di un infinito movimento d'amore. C'è in Dio reciprocità, scambio, superamento di sé, incontro, abbraccio. L'essenza di Dio è comunione. Il dogma della Trinità è sorgente di sapienza del vivere: se Dio si realizza solo nella comunione, così sarà anche per l'uomo. I dogmi non sono astrazioni ma indicazioni esistenziali. In principio aveva detto: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza». L'uomo è creato non solo a immagine di Dio, ma ancor meglio ad immagine della Trinità. Ad immagine e somiglianza quindi della comunione, del legame d'amore. In principio a tutto, per Dio e per me, c'è la relazione. In principio a tutto, qualcosa che mi lega a qualcuno. «Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso». Gesù se ne va senza aver detto e risolto tutto. Ha fiducia in noi, ci inserisce in un sistema aperto e non in un sistema chiuso: lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. La gioia di sapere, dalla bocca di Gesù, che non siamo dei semplici esecutori di ordini, ma " con lo Spirito " inventori di strade, per un lungo corroborante cammino. Che la verità è più grande delle nostre formule. Che nel Vangelo scopri nuovi tesori quanto più lo apri e lo lavori. La verità tutta intera di cui parla Gesù non consiste in formule o concetti più precisi, ma in una sapienza del vivere custodita nella vicenda terrena di Gesù. Una sapienza sulla nascita, la vita, la morte, l'amore, su me e sugli altri, che gli fa dire: «io sono la verità» e, con questo suggeritore meraviglioso, lo Spirito, ci insegna il segreto per una vita autentica: in principio a tutto ciò che esiste c'è un legame d'amore. L'uomo è relazione oppure non è. Allora capisco perché la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura: perché è contro la mia natura. Allora capisco perché quando sono con chi mi vuole bene, sto così bene: perché realizzo la mia vocazione. La festa della Trinità è come uno specchio: del mio cuore profondo, e del senso ultimo dell'universo. Davanti alla Trinità mi sento piccolo e tuttavia abbracciato dal mistero.
domenica 22 maggio 2016
domenica 15 maggio 2016
Il Vangelo della Domenica - 15 maggio 2016
Tre verbi pieni di bellissimi significati profetici: «rimanere, insegnare e ricordare». Che rimanga con voi, per sempre. Lo Spirito è già qui, ha riempito la casa. Se anche io non sono con Lui, Lui rimane con me. Se anche lo dimenticassi, Lui non mi dimenticherà. Nessuno è solo, in nessuno dei giorni. Vi insegnerà ogni cosa: lo Spirito ama insegnare, accompagnare oltre verso paesaggi inesplorati, dentro pensieri e conoscenze nuovi; sospingere avanti e insieme: con lui la verità diventa comunitaria, non individuale.
Vi ricorderà tutto: vi riporterà al cuore gesti e parole di Gesù, di quando passava e guariva la vita e diceva parole di cui non si vedeva il fondo.
Pentecoste è una festa rivoluzionaria di cui non abbiamo ancora colto appieno la portata. Il racconto degli Atti degli Apostoli lo sottolinea con annotazioni precise: venne dal cielo d'improvviso un vento impetuoso e riempì tutta la casa. La casa dove gli amici erano insieme. Lo Spirito non si lascia sequestrare in luoghi particolari che noi diciamo riservati alle cose del sacro. Qui sacra diventa la casa. La mia, la tua, tutte le case sono ora il cielo di Dio. Venne d'improvviso, e i discepoli sono colti di sorpresa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spirito non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di libere vite. Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno. Su ciascuno, su ciascuno di noi. Nessuno escluso, nessuna distinzione da fare. Tocca ogni vita, è creatore e vuole creatori; è fuoco e vuole per la sua Chiesa coscienze accese e non intorpidite o acquiescenti. Lo Spirito porta in dono un sapore di totalità, di pienezza, di completezza che Gesù sottolinea per tre volte: insegnerà ogni cosa, ricorderà tutto, rimarrà per sempre. E la liturgia fa eco: del tuo Spirito Signore è piena la terra. In Lui l'uomo, e il cosmo, ritrovano la loro pienezza: abitare il futuro e la libertà, abitare il Vento e il Fuoco, come nomadi d'Amore.
sabato 7 maggio 2016
Il Vangelo della Domenica - 8 maggio 2016
lunedì 2 maggio 2016
Il Vangelo della Domenica - 1 maggio 2016
Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Affermazione così importante da essere ribadita subito al negativo: chi non mi ama non osserva le mie parole, non riesce, non ce la può fare, non da solo.Una limpida constatazione: solo se ami il Signore, allora e solo allora la sua Parola, il tuo desiderio e la tua volontà cominciano a coincidere. Come si fa ad amare il Signore Gesù? L'amore verso di lui è un'emozione, un gesto, molti gesti di carità, molte preghiere o sacrifici? No. Amare comincia con una resa, con il lasciarsi amare. Dio non si merita, si accoglie.Proprio come continua il Vangelo oggi: e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Noi siamo il cielo di Dio, abitati da Dio intero, Padre Figlio e Spirito Santo. Un cielo trinitario è dentro di noi. Ci hanno spesso insegnato che l'incontro con il Signore era il premio per le nostre buone azioni. Il Vangelo però dice altro: se, come Zaccheo, ti lasci incontrare dal Signore, allora sarà lui a trasformarti in tutte le tue azioni.Simone Weil usa questa delicata metafora: Le amiche della sposa non conoscono i segreti della camera nuziale, ma quando vedono l'amica diversa, gloriosa di vita nuova, con il grembo che s'inarca come una vela, allora capiscono che a trasformarla è stato l'incontro d'amore. Ci è rivolta qui una delle parole più liberanti di Gesù: il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me. Al centro non stanno le mie azioni, buone o cattive, ma quelle di Dio, il Totalmente Altro che viene e mi rende altro.Il primo posto nel Vangelo non spetta alla morale, ma alla fede, alla relazione affettuosa con Dio, allo stringersi a Lui come un bambino si stringe al petto della madre e non la vuol lasciare, perché per lui è vita.Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Una affermazione colma di bellissimi significati profetici. Due verbi: Insegnare e Ricordare. Sono i due poli entro cui soffia lo Spirito: la memoria cordiale dei grandi gesti di Gesù e l'apprendimento di nuove sillabe divine; le parole dette «in quei giorni» e le nuove conquiste della mente e dell'anima che lo Spirito induce. Colui che in principio covava le grandi acque e si librava sugli abissi, continua ancora a covare le menti e a librarsi, creatore, sugli abissi del cuore.
Il Vangelo della Domenica - 24 aprile 2016
Sì, ma di quale amore? Noi confondiamo spesso l'amore con un'emozione o un'elemosina, con un gesto di solidarietà o un momento di condivisione. Amare sovrasta tutto questo, perché contiene il brivido emozionante della scoperta dell'altro, che ti appare non più come un oggetto ma come un evento, come colui che ti dà il gusto del vivere, che spalanca sogni, che ha la forza dolce delle nascite, che ti fa nascere, con il meglio di te. Per amare devo guardare una persona con gli occhi di Dio, quando adotto il suo sguardo luminoso divento capace di scoprirne tutta la bellezza e grandezza e unicità. E da questo si sprigiona fervore, meraviglia, incanto del vivere. Io vado dall'altro come ad una fonte, e mi disseta. Allora lo posso amare, e nell'amore l'altro diventa il mio maestro, colui che mi fa camminare per nuovi sentieri. Allo stesso modo anche i due sposi devono amarsi come due maestri, ciascuno maestro dell'altro, ciascuno messo in cammino verso orizzonti più grandi. Lasciarsi abitare dalle ricchezze dell'altro, e la vita diventa immensamente più felice e libera. Allo stesso modo anche il povero che incontro o lo straniero che bussa alla mia porta li posso guardare come fossero i «nostri signori», e imparare quindi a dare come faceva Gesù: non come un ricco ma come un povero che riceve, come un mendicante d'amore. E pensare davanti al povero: sono io il povero, fatto ricco di te, dei tuoi occhi accesi, della tua storia, del tuo coraggio. Vi do un comandamento nuovo. Dove sta la novità? Già nell'Antico Testamento era scritto ama Dio con tutto il cuore, ama il prossimo tuo come te stesso. La novità del comando sta nella parola successiva: Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Non dice quanto vi ho amato, impossibile per noi la sua misura, ma come Gesù, con il suo stile unico, con la sua eleganza gentile, con i capovolgimenti che ha portato, con la sua creatività: ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai. I cristiani non sono quelli che amano ma quelli che amano come Gesù: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, i vostri signori...
Come Lui, che non solo è amore, ma esclusivamente amore.
sabato 16 aprile 2016
Il Vangelo della Domenica - 17 aprile 2016
Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono. Non dice: mi obbediscono. Seguire è molto di più: significa percorrere la stessa strada di Gesù, uscire dal labirinto del non senso, vivere non come esecutori di ordini, ma come scopritori di strade. Vuol dire: fine dell'immobilismo, camminare per nuovi orizzonti, nuove terre, nuovi pensieri. Chiamati, noi e tutta la Chiesa, ad allenarci alla sorpresa e alla meraviglia per cogliere la voce di Dio, che è già più avanti, più in là. E perché ascoltare la sua voce? La risposta di Gesù: perché io do loro la vita eterna. Ascolterò la sua voce perché, come una madre, Lui mi fa vivere, la voce di Dio è pane per me. Così come «la voce degli uomini è pane per Dio». Per una volta almeno, fermiamo tutta la nostra attenzione su quanto Gesù fa per noi. Lo facciamo così poco. I maestri di quaggiù sono lì a ricordarci doveri, obblighi, comandamenti, a richiamarci all'impegno, allo sforzo, all'ubbidienza. Molti cristiani rischiano di scoraggiarsi perché non ce la fanno. Ed io con loro. Allora è bene, è salute dell'anima, respirare la forza che nasce da queste parole di Gesù: io do loro la vita eterna. Vita eterna vuol dire: vita autentica, vita per sempre, vita di Dio, vita a prescindere. Prima che io dica sì, Lui ha già seminato in me germi di pace, semi di luce che iniziano a germinare, a guidare i disorientati nella vita verso il paese della vita. «Nessuno le strapperà dalla mia mano». La vita eterna è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. E nella sua voce. Siamo bambini che si aggrappano forte a quella mano che non ci lascerà cadere. Come innamorati cerchiamo quella mano che scalda la solitudine. Come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita.
Dalla certezza che il mio nome è scritto sul palmo della sua mano, dice il profeta, con una immagine dolce, come di ragazzi che si scrivono sulla mano le cose importanti, da non dimenticare all'esame; da questa vigorosa certezza, da non svendere mai, che per Dio io sono indimenticabile, che niente e nessuno mai mi potrà separare e strappare via, prende avvio la mia strada nella vita: essere anch'io, per quanti sono affidati al mio amore e alla mia amicizia, cuore da cui non si strappa, mano da cui non si rapisce.
Il Vangelo della Domenica - 10 aprile 2016
Gli Apostoli sono tornati là dove tutto ha avuto inizio, al loro mestiere di prima, alle parole di sempre: vado a pescare, veniamo anche noi; e poi notti di fatica, barche vuote, volti delusi. L'ultima apparizione di Gesù è raccontata nel contesto della normalità del quotidiano. Dentro di esso, nel cerchio delle azioni di tutti i giorni anche a noi è dato di incontrare Colui che abita la vita e le persone, non i recinti sacri. Gesù ritorna da coloro che l'hanno abbandonato, e invece di chiedere loro di inginocchiarsi davanti a lui, è lui che si inginocchia davanti al fuoco di brace, come una madre che si mette a preparare da mangiare per i suoi di casa. È il suo stile: tenerezza, umiltà, custodia. Amici, vi chiamo, non servi. Ed è molto bello che chieda: portate un po' del pesce che avete preso! Gesù, maestro di umanità, usa il linguaggio semplice dell'amore, domande risuonate sulla terra infinite volte, sotto tutti i cieli, in bocca a tutti gli innamorati che non si stancano di sapere: mi ami? Mi vuoi bene? Semplicità estrema di parole che non bastano mai, perché la vita ne ha fame; di domande e risposte che anche un bambino capisce perché è quello che si sente dire dalla mamma tutti i giorni. Il linguaggio del sacro diventa il linguaggio delle radici profonde della vita. La vera religione non è mai separata dalla vita. Seguiamo le tre domande, sempre uguali, sempre diverse: Simone, mi ami più di tutti? Pietro risponde con un altro verbo, quello più umile dell'amicizia e dell'affetto: ti voglio bene. Anche nella seconda risposta Pietro mantiene il profilo basso di chi conosce bene il cuore dell'uomo: ti sono amico. Nella terza domanda succede qualcosa di straordinario. Gesù adotta il verbo di Pietro, si abbassa, si avvicina, lo raggiunge là dov'è: Simone, mi vuoi bene? Dammi affetto, se l'amore è troppo; amicizia, se l'amore ti mette paura. Pietro, sei mio amico? E mi basterà, perché il tuo desiderio di amore è già amore.Gesù rallenta il passo sul ritmo del nostro, la misura di Pietro diventa più importante di sé stesso: l'amore vero mette il tu prima dell’io.
Pietro sente il pianto salirgli in gola: vede Dio mendicante d'amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, e un cuore sincero.
domenica 3 aprile 2016
Il Vangelo della Domenica - 3 aprile 2016
Erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per paura dei Giudei. Una comunità chiusa, impaurita, a porte sbarrate; Tommaso no, lui va e viene, è un coraggioso (aveva esortato i suoi compagni: andiamo anche noi a morire con lui!). Lì dentro si sentiva mancare l'aria. Abbiamo visto il Signore, qui, quando tu non c'eri, gli dicono. E lui: se non vedo con i miei occhi non vi credo. Tommaso è un prezioso compagno di viaggio, come tutti quelli, dentro e fuori della chiesa, che vogliono vedere, vogliono toccare, con la serietà che merita la fede; tutti quelli che sono esigenti e radicali, e non si accontentano del sentito dire, ma vogliono una fede che si incida nel cuore e nella storia. Che bello se anche nella Chiesa fossimo educati con lo stile di Gesù, che formava più alla serietà e all'approfondimento, alla libertà e al coraggio, che non all'ubbidienza. Poi il momento centrale: l'incontro con il Risorto. Gesù invece di imporsi, si propone, si espone: “Metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco”. Gesù rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Non si scandalizza, si ripropone con le sue ferite aperte. La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare, è invece qualcosa che deve restare per l'eternità, gloria e vanto di Cristo, il punto più alto, la rivelazione massima dell'amore di Dio. Nel cuore del cielo sta, per sempre, carne d'uomo ferita. Nostro alfabeto d'amore. Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Ecco una beatitudine che sento finalmente mia, le altre le ho sempre sentite difficili, cose per pochi coraggiosi, per pochi affamati di immenso. Finalmente una beatitudine per tutti, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede, per chi ricomincia.
Beati voi... grazie a tutti quelli che credono senza necessità di segni, anche se hanno mille dubbi, come Tommaso. Sono quelli che se una volta potessero toccare Gesù da vicino - vedere il volto, toccare il volto - se una volta potranno vederlo, ma in noi, anch'essi diranno: Mio Signore e mio Dio!
Beati voi... grazie a tutti quelli che credono senza necessità di segni, anche se hanno mille dubbi, come Tommaso. Sono quelli che se una volta potessero toccare Gesù da vicino - vedere il volto, toccare il volto - se una volta potranno vederlo, ma in noi, anch'essi diranno: Mio Signore e mio Dio!
sabato 26 marzo 2016
Auguri: sia una Pasqua di risurrezione!
Con le parole di papa Francesco, vi formuliamo i nostri auguri in occasione della Santa Pasqua:
“Che grande gioia per me potervi dare questo annuncio: Cristo è risorto! Vorrei che giungesse in ogni casa, in ogni famiglia, specialmente dove c’è più sofferenza, …
Soprattutto vorrei che giungesse a tutti i cuori, perché è lì che Dio vuole seminare questa Buona Notizia: Gesù è risorto, c’è speranza per te, non sei più sotto il dominio del peccato, del male! Ha vinto l’amore, ha vinto la misericordia! Sempre vince la misericordia di Dio.”
Buona Pasqua!
don Elia, don Roberto, don Marco
Il Vangelo della Domenica - 27 marzo 2016 - Domenica di Pasqua
E' ancora buio e le donne si recano al sepolcro di Gesù, le mani cariche di aromi. Vanno a prendersi cura del corpo di lui, con ciò che hanno, come solo le donne sanno. Al buio, seguendo la bussola del cuore. Come il sole, Cristo ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte: quella di Natale - piena di stelle, di angeli, di canti - e lo riprende in un'altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile, dove veglia un pugno di uomini e di donne totalmente disorientati.
Notte dell'Incarnazione, in cui il Verbo si fa carne. Notte della Risurrezione in cui la carne indossa l'eternità, in cui si apre il sepolcro, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba. E nel giardino è primavera. Così respira la fede, da una notte all'altra. Pasqua ci invita a mettere il nostro respiro in sintonia con quell'immenso soffio che unisce incessantemente il visibile e l'invisibile, la terra e il cielo, il Verbo e la carne, il presente e l'oltre. Il racconto di Luca è di estrema sobrietà: entrarono e non trovarono il corpo di Gesù. Il primo segno di Pasqua è la tomba vuota. Nella storia umana manca un corpo al bilancio della violenza; i suoi conti sono in perdita. Manca un corpo alla contabilità della morte, il suo bilancio è negativo. La storia cambia: il violento non avrà in eterno ragione della sua vittima. Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Il bellissimo nome che gli danno gli angeli: Colui che è vivo! Io sento che qui è la scommessa della mia fede: se Cristo è vivo, adesso, qui. Non tanto se vive il suo insegnamento o le sue idee, ma se la sua persona, se lui è vivo, mi chiama, mi tocca, respira con me, semina gioia, e ama. Non simbolicamente, non apparentemente, non idealmente, ma realmente vivo.
Perché Cristo è risorto? Dio l'ha risuscitato perché fosse chiaro che un amore così è più forte della morte, che una vita come la sua non può andare perduta. Noi tutti siamo qui sulla terra per fare cose che meritano di non morire. Tutto ciò che vivremo nell'amore non andrà perduto.
sabato 19 marzo 2016
Il Vangelo della Domenica - 20 marzo 2016 - Domenica delle Palme
Sono i giorni supremi, i giorni del
nostro destino. «Volete sapere qualcosa di voi e di me? - dice il Signore -.
Vi dò un appuntamento: un uomo in croce. Volgete lo sguardo a Colui che è
posto in alto».
Fondamento della fede cristiana è la
cosa più bella del mondo: un atto d'amore totale. La croce è domanda sempre
aperta, so di non capire. Alla fine però ciò che convince è di una semplicità
assoluta: Perché la croce / il sorriso / la pena inumana?/ Credimi / è così
semplice / quando si ama. (Jan Twardowski)
Si fece buio su tutta la terra da
mezzogiorno fino alle tre. Una notazione temporale che ha il potere di
riempirmi di speranza: perché dice che è fissato un limite alla tenebra, un
argine al dolore: tre ore può infierire, ma non andrà oltre, poi il sole
ritorna. Così fu in quel giorno, così sarà anche nei giorni della nostra angoscia.
«Ciò
che ci fa credere è la croce, ma ciò in cui crediamo è la vittoria della
croce, la vittoria della vita» (Pascal).
Il Vangelo della Domenica - 13 marzo 2016
Una trappola ben congegnata, per porre Gesù o contro Dio o contro l'uomo. Gli scribi e i farisei gli condussero una donna... la posero in mezzo. Donna senza nome, che per scribi e farisei non è una persona, è una cosa, che si prende, si porta, si conduce, si pone di qua o di là, dove a loro va bene. Che si può mettere a morte. Una donna ferita nella persona, nella sua dignità, nella sua grandezza e inviolabilità. Gesù si chinò e scriveva col dito per terra... Davanti a quella donna Gesù china gli occhi a terra, come preso da un pudore santo davanti al mistero di lei. Gli fa male vederlo calpestato in quel modo. «Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei». Gesù butta all'aria tutto il vecchio ordinamento con una battuta sola, con parole taglienti e così vere che nessuno può ribattere. Nessuno ti ha condannata? Neanch'io ti condanno. Ecco la giustizia di Dio: non quella degli uomini ma quella di Gesù, il giusto che giustifica, il santo che rende giusti, venuto a portare non la resa dei conti ma una rivoluzione radicale dei rapporti tra Dio e uomo, e di conseguenza tra uomo e uomo. A raccontare di una mano, di un cuore amorevole che ci prende in braccio e, per la prima volta, ci ama per quello che siamo, perdonando ogni errore, sciogliendo ogni ferita, ogni dolore. Più avanti compirà qualcosa di ancor più radicale: metterà se stesso al posto di quella donna, al posto di tutti i condannati, di tutti i colpevoli, e si lascerà uccidere da quel potere ritenuto di origine divina, spezzando così la catena malefica là dove essa ha origine, in una terribile, terribilmente sbagliata idea di Dio. Va e d'ora in poi non peccare più: ciò che sta dietro non importa, importa il bene possibile domani. Tante persone vivono come in un ergastolo interiore. Schiacciate da sensi di colpa, da errori passati … Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i patiboli su cui spesso trasciniamo noi stessi e gli altri. Sa bene che solo uomini e donne liberati e perdonati possono dare ai fratelli libertà e perdono.Va', muoviti da qui, vai verso il nuovo, e porta lo stesso amore, lo stesso perdono, a chiunque incontri. Il perdono è il solo dono che non ci farà più vittime e non farà più vittime, né fuori né dentro noi.
domenica 6 marzo 2016
Il Vangelo della Domenica - 6 marzo 2016
Un padre aveva due figli. Se ne va, un giorno, il più giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità. Non a mani vuote, però, pretende l'eredità: come se il padre fosse già morto per lui. Probabilmente non ne ha una grande opinione, forse gli appare un debole, forse un avaro, o un vecchio un po' fuori dal mondo. Ma i ribelli in fondo chiedono solo di essere amati.Il fratello maggiore intanto continua la sua vita tutta casa e lavoro, però il suo cuore è altrove, è assente. Lo rivela la contestazione finale al padre: io sempre qui a dirti di sì, mai una piccola soddisfazione per me e i miei amici. Neanche lui ha una grande opinione di suo padre: un padre padrone, che si può o si deve ubbidire, ma che non si può amare. L'obiettivo di questa parabola è precisamente quello di farci cambiare l'opinione che nutriamo su Dio. Il primo figlio pensa che la vita sia uno sballo, è un adolescente nel cuore. Cerca la felicità nel principio del piacere. Ma si risveglia dal suo sogno in mezzo ai porci a rubare le ghiande. Il principe ribelle è diventato servo. Allora ritorna in sé, dice il racconto, perché prima era come fuori di sé, viveva di cose esterne. Riflette e decide di tornare. Forse perché si accorge di amare il padre? No, perché gli conviene. E si prepara la scusa per essere accolto: avevi ragione tu, sono stato uno stupido, ho sbagliato... Continua a non capire nulla di suo padre. Un Padre che è il racconto del cuore di Dio: lascia andare il figlio anche se sa che si farà male, un figlio che gli augura la morte. Un padre che ama la libertà dei figli, la provoca, la attende, la festeggia, la patisce. Un padre che corre incontro al figlio, perché ha fretta di capovolgere il dolore in abbracci, di riempire il vuoto del cuore. Per lui perdere un figlio è una perdita infinita. Non ha figli da buttare, Dio. Un padre che non rinfaccia, ma abbraccia; non sa che farsene delle scuse, le nostre ridicole scuse, perché il suo sguardo non vede il peccato del figlio, vede il suo ragazzo rovinato dalla fame.
Un Padre che infine esce a pregare il figlio maggiore, alle prese con l'infelicità che deriva da un cuore non sincero, un cuore di servo e non di figlio, e tenta di spiegare e farsi capire, e alla fine non si sa se ci sia riuscito. Un padre che non è giusto, è di più: amore, esclusivamente amore. Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.
Ma non si accontenta di sfamarlo, vuole una festa con il meglio che c'è in casa, vuole reintegrarlo in tutta la sua dignità e autorità di prima: mettetegli l'anello al dito! E non ci sono rimproveri, rimorsi, rimpianti.
domenica 28 febbraio 2016
La porta è aperta per te!
L’immagine sicuramente più significativa e ricorrente dell’Anno Santo della Misericordia è quella della porta, anche perché il papa ha deciso che ogni diocesi aprisse una “porta santa” nelle proprie Chiese Cattedrali.
E’ una immagine ricca di significati.
Il primo si riferisce a Cristo; egli stesso, nel vangelo di Giovanni, si definisce come la porta delle pecore; chi passa attraverso questa porta che è Gesù, troverà salvezza.
Attraversare la porta santa nell’Anno Giubilare, allora, significa immettersi in modo più profondo nel mistero di Cristo, radicarsi in Lui, unirsi a Lui, ritornare a Lui.
Un secondo significato è legato al riferimento alla Chiesa e alla comunità ecclesiale: attraversare la porta santa significa entrare, o rientrare “a casa”, ovvero dentro quella famiglia dei credenti che è la Chiesa, riscoprendo il valore di una comunione che trova le sue radici nell’unica fede in Cristo.
Entrare o rientrare nella famiglia dei credenti significa anche per noi riaprire porte che forse abbiamo chiuso e non ancora riaperto, cioè riscoprire e riallacciare relazioni, riagganciare fratelli e sorelle nella fede che forse non conosciamo ma soprattutto, intraprendere cammini di riconciliazione laddove qualcosa si fosse incrinato o ferito, cammini di riconciliazione che possano trovare il loro sbocco naturale nella celebrazione del Sacramento della Misericordia: la Confessione.
L’immagine della porta si riferisce anche al nostro cuore, alla nostra vita interiore, dove Cristo vuole trovare spazio per abitare. Bella e commovente, al proposito, la pagina dell’Apocalisse dove il Cristo afferma: “Ecco, sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre entrerò da lui, cenerò con lui ed egli con me.”
Un appello alla nostra libertà, che il Signore non vuole forzare; la sua presenza, però, ci interpella e chiede risposta, chiede apertura della “porta del cuore”.
Di nuovo la porta evoca il significato della comunicazione: entrare, uscire; e poi: dentro, fuori...
Due realtà, due mondi che comunicano tra loro. Penso alla comunità cristiana e alla storia, al mondo, alla gente con le sue storie spesso faticose e fragili, spesso oltre “la soglia” di quella che definiremmo la normalità … ma che cos’è la normalità?
Porte aperte per te! Mi sembra questo il messaggio che possiamo raccogliere ed offrire attraversando “la porta santa” nell’Anno del Giubileo: porte aperte all’accoglienza, al dialogo, al confronto, all’incontro, alla riconciliazione.
E’ anche l’augurio per la prossima Pasqua.
Pasqua significa “passaggio”: attraversare la porta che è Cristo, aprire la porta del cuore a Cristo e aprire la porta ai fratelli, sarà il modo migliore di celebrare la Risurrezione del Signore.
Il Vangelo della Domenica - 28 febbraio 2016
Racconti
di morte, nel Vangelo, e grandi domande. Che colpa avevano quei diciotto
uccisi dalla caduta della torre di Siloe? È Dio che manda il terremoto? Per
castigare qualcuno distrugge una città? Gesù prende le difese di Dio e degli
uccisi: la mano di Dio non produce morte; l'asse attorno al quale gira la
storia non è il peccato. Chi soffre si chiede: che cosa ho fatto di male per
meritarmi questo castigo? Gesù risponde: niente, non hai fatto niente. Dio è
amore e l'amore non conosce altro castigo che castigare se stesso. Smettila di
pensare che l'esistenza si svolga nell'aula di un tribunale, Dio non spreca la
sua eternità in condanne, o in vendette. La gente interroga Gesù su fatti di
cronaca, ed è chiamata a guardarsi dentro.
Ancora
un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia e lavoro: quest'albero è buono,
darà frutto! Tu sei buono, darai frutto! Dio, come un contadino, si prende cura
come nessuno di questa vite, di questo campo seminato, di questo piccolo orto
che io sono, mi lavora, mi pota, sento le sue mani ogni giorno. «Forse, l'anno
prossimo porterà frutto». In questo forse c'è il miracolo della pietà divina:
una piccola probabilità, uno stoppino fumigante sono sufficienti a Dio per attendere
e sperare. Si accontenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. Per lui
il bene possibile domani conta più della sterilità di ieri. Convertirsi è
credere a questo Dio contadino, simbolo di speranza e serietà, affaticato
attorno alla zolla di terra del mio cuore. Salvezza è portare frutto, non solo
per sé, ma per altri. Come il fico che per essere autentico deve dare frutto,
per la fame e la gioia d'altri, così per star bene l'uomo deve dare. È la
legge della vita.
sabato 20 febbraio 2016
Il Vangelo della Domenica - 21 febbraio 2016
Gesù è
a una svolta della sua missione, ha messo i suoi discepoli davanti allo
sconcerto del primo annuncio della passione: il Figlio dell'uomo deve soffrire
molto, essere rifiutato, venire ucciso. E i dubbi sono legione, è tutto così
difficile da capire e da vivere. E allora anche lui si ferma, vuole vederci
chiaro, ed è davanti al Padre che va per cogliere il senso profondo di ciò che
sta per accadere. Nel contatto con il Padre anche la nostra realtà si illumina,
ciò che è nascosto appare in tutta la sua chiarezza ed evidenza, come il volto
di Gesù: Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto, si trasformò. Pregare
trasforma. Pregare ti cambia dentro, tu diventi ciò che contempli, ciò che
ascolti, ciò che ami... Preghi e ti trasformi in Colui che preghi; entri in
intimità con Dio, che ha un cuore di luce, e ne sei illuminato a tua volta. La
preghiera è mettersi in viaggio: destinazione Tabor, un battesimo di luce e
di silenzio; destinazione futuro, lampada ai tuoi passi è la Parola e il cuore
di Dio.
Gesù sale su di un monte. I monti sono come indici puntati verso il
cielo, verso il mistero di Dio, raccontano la vita come una ascensione verso
più luce e più cielo. Siamo mai saliti sul Tabor, toccati dalla gioia, dalla
dolcezza di Dio? Vi è mai successo di dire come Pietro: Signore, che bello!
Vorrei che questo momento durasse per sempre. Facciamo qui tre tende...? Si
trattava di una luce, una bellezza, un amore che cantavano dentro. E una voce
diceva: è bello stare su questa terra, che è gravida di luce. È bello essere
uomini, dentro una umanità che pian piano si libera, cresce, ascende. È bello
vivere. Perché tutto ha senso, un senso positivo, senso per sempre. Il
cristianesimo è proprio la religione della penitenza e della mortificazione,
come molti pensano? Il Tabor dice «no». E che fare con le croci? Fissare gli
occhi solo su di esse o all'opposto ignorarle? Dio fa di più: ci regala quel
volto che gronda luce, su cui tenere fissi gli occhi per affrontare il
momento in cui la vita gronda sangue, come Gesù nell'orto degli ulivi. Pietro
fa l'esperienza che Dio è bello e lo annuncia. Noi invece abbiamo ridotto Dio
in miseria, l'abbiamo mostrato pedante, pignolo, a rovistare nel passato e nel
peccato.
Restituiamogli
il suo volto solare: un Dio bello, grembo di fioriture, un Dio da gustare e da
godere, come Francesco: «tu sei bellezza, tu sei bellezza», come Agostino: tardi
ti ho amato. Bellezza tanto antica e tanto nuova. Allora credere sarà come bere
alle sorgenti della luce.
sabato 13 febbraio 2016
Il Vangelo della Domenica - 14 febbraio 2016
Le tre
tentazioni di Gesù sono le tentazioni dell'uomo di sempre. Tentazione
significa in realtà fare ordine nelle nostre scelte e nelle relazioni di
fondo: ognuno tentato verso se stesso: hai fame? Dì che queste pietre
diventino pane! Trasforma tutto in cose da consumare, in denaro. Ognuno
tentato verso gli altri: vuoi comandare, importi, contare più degli altri? Io
so la strada: vénditi! Ognuno tentato verso Dio: bùttati dal tetto, tanto Lui
manderà angeli a sostenerti. Hai dubbi? Dio manderà segni e visioni a scioglierli.
La prima tentazione: che queste pietre diventino pane! Pietre o pane? È una
piccola alternativa, che Gesù apre, spalanca: Né di pietre né di solo pane
vive l'uomo. Siamo fatti per cose più grandi. Il pane è buono ma più buona è
la parola di Dio, il pane è vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Il pane
è indispensabile, eppure contano di più altre cose: le creature, gli affetti,
le relazioni, l'eterno in noi. Ciò che ci fa vivere è la nostra fame di cielo:
L'uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Vive di Vangelo e di
creature: dalla sua parola sono venuti la luce, il cosmo e la sua bellezza, il
respiro che ci fa vivere. Sei venuto tu, fratello mio, mio amico, amore mio:
parola pronunciata da Dio per me.
La
seconda tentazione è una sfida aperta a Dio. «Buttati giù, chiedi a Dio un
miracolo» ciò che sembrerebbe il più alto atto di fede - a occhi chiusi, con
fiducia! - ne è, invece, la caricatura, pura ricerca del proprio vantaggio. È
come se Gesù dicesse: tu non cerchi Dio ma i suoi benefici. Non cerchi il
Donatore, ma solo i suoi doni. Un Dio a tuo servizio.
Eppure
quando invece di angeli vengono la malattia, un fallimento, la morte, tutti ci
domandiamo: Perché Dio non interviene? Dove sono gli angeli che ha promesso?
Dio invia angeli, persone buone come angeli, che portano non ciò che io
desidero, bensì ciò di cui, forse a mia insaputa, ho davvero bisogno. Nella
terza tentazione il diavolo rilancia: prostrati davanti a me, segui le mie
strade, venditi alla mia logica, e avrai tutto. Il diavolo fa un mercato con
l'uomo, un mercimonio. Esattamente il contrario di Dio, che non fa mai
mercato dei suoi doni. E quanti hanno seguito le strade del Nemico
dell'umanità, facendo mercato di se stessi, vendendo la loro dignità in cambio
di carriera, poltrone o denaro facile, ci fanno riflettere: a che serve
gonfiarsi di soldi e di poteri, se poi perdi vita, se ci rimetti in umanità, se
vendi l'anima? Vuoi «possedere» le persone?
Assicuragli
pane e potere, dice, e ti seguiranno. Ma Gesù non vuole «possedere» nessuno.
Dio non cerca schiavi ossequienti, ma figli che siano liberi, generosi e
amanti.
sabato 6 febbraio 2016
Il Vangelo della Domenica - 7 febbraio 2016
Quattro
pescatori sono lanciati in un'avventura più grande di loro: pescare per la
vita. Pescare produce la morte dei pesci. Ma per gli uomini non è così:
pescare significa «catturare vivi», è il verbo usato nella Bibbia per indicare
coloro che in una battaglia sono salvati dalla morte e lasciati in vita. Nella
battaglia per la vita l'uomo sarà salvato, protetto dall'abisso dove rischia
di cadere, portato alla luce.
«Sarai
pescatore di uomini»: li raccoglierai da quel fondo dove credono di vivere e
non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro respiro, un altro
cielo, un'altra vita! Raccoglierai per la vita.
E le
reti si riempiono. Simone, davanti a questa potenza e mistero, ha paura:
allontanati da me, perché sono un peccatore. E Gesù ha una reazione
bellissima: trasporta Simone su di un piano totalmente diverso. Non si interessa
dei suoi peccati; ha una sovrana indifferenza per il passato di Simone,
pronuncia parole che creano futuro: Non temere. Tu sarai pescatore, donerai
vita. […]
Lasciarono
tutto e lo seguirono. Senza neppure chiedersi dove li condurrà. Sono i «futuri
di cuore». Vanno dietro a lui e vanno verso l'uomo, quella doppia direzione che
sola conduce al cuore della vita.
Il Vangelo della Domenica - 31 gennaio 2016
Perché si può ostacolare
la profezia, ma non ucciderla. La sua vitalità è incontenibile perché viene da
Dio.
Anche la nostra Chiesa
e il nostro Paese oggi traboccano di mistici, profeti, sognatori, coraggiosi.
Quello che manca sono gli ascoltatori. Manchiamo noi che non sappiamo vedere
l'infinito all'angolo della strada, il mistero rannicchiato sulla soglia
della nostra casa.
Il Vangelo della Domenica - 24 gennaio 2016
Un racconto di una modernità unica, dove Luca crea
una tensione, una aspettativa con questo magistrale racconto, che si dipana
come al rallentatore: riavvolse il rotolo, lo riconsegnò e sedette. Nella
sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. E seguono le prime parole
ufficiali di Gesù: oggi la parola del profeta si è fatta carne. Gesù si
inserisce nel solco dei profeti, li prende e li incarna in sé. E i profeti, da
parte loro, lo aiutano a capire se stesso, chi è davvero, dove è chiamato ad
andare: lo Spirito del Signore mi ha mandato ai poveri, ai prigionieri, ai
ciechi, agli oppressi. Da subito Gesù sgombra tutti i dubbi su ciò che è venuto
a fare: è qui per togliere via dall'uomo tutto ciò che ne impedisce la
fioritura, perché sia chiaro a tutti che cosa è il regno di Dio: vita in
pienezza, qualcosa che porta gioia, che libera e da luce, che rende la storia
un luogo senza più disperati. E si schiera, non è imparziale Dio; sta dalla
parte degli ultimi, mai con gli oppressori. Viene come fonte di libere vite,
e da dove cominciare se non dai prigionieri? Gesù non è venuto per riportare i
lontani a Dio, ma per portare Dio ai lontani, a uomini e donne senza speranza,
per aprirli a tutte le loro immense potenzialità di vita, di lavoro, di
creatività, di relazione, di intelligenza, di amore. Il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul
peccato della persona, il suo primo sguardo va sempre sulla povertà e sulla
fame dell'uomo. Per questo nel Vangelo ricorre più spesso la parola poveri, che
non la parola peccatori. Non è moralista il Vangelo, ma creatore di uomini
liberi, veggenti, gioiosi, non più oppressi. Scriveva padre Vannucci: «Il
cristianesimo non è una morale ma una sconvolgente liberazione». La lieta
notizia del Vangelo non è l'offerta di una nuova morale migliore, più nobile o
più benefica delle altre. Buona notizia di Gesù non è neppure il perdono dei
peccati.
La buona notizia è che Dio mette l'uomo al centro, e dimentica se
stesso per lui, e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni
esterne, contro tutte le chiusure interne, perché la storia diventi “altra” da
quello che è. Un Dio sempre in favore dell'uomo e mai contro l'uomo.
Infatti la parola chiave è “liberazione”. E senti dentro l'esplosione
di potenzialità prima negate, energia che spinge in avanti, che sa di vento,
di futuro e di spazi aperti. Nella sinagoga di Nazaret è allora l'umanità che
si rialza e riprende il suo cammino verso il cuore della vita, il cui nome è
gioia, libertà e pienezza.
sabato 16 gennaio 2016
Il Vangelo della Domenica - 17 gennaio 2016
Il mondo è un immenso pianto e Gesù dà avvio alla salvezza partendo da
una festa di nozze. Anziché asciugare lacrime, colma le coppe di vino. Sembra
quasi sprecare la sua potenza a servizio di una causa effimera, un po' di
vino in più, eppure il Vangelo chiama questo il «principe dei segni», il
capostipite di tutti.
Perché a Cana Gesù vuole trasmettere il principio decisivo della
relazione che unisce Dio e l'umanità. Tra uomo e Dio corre un rapporto
nuziale, con tutta la sua tavolozza di emozioni forti e buone: amore, festa,
gioco, dono, eccesso, gioia. Un legame sponsale, non un rapporto giudiziario o
penitenziale, lega Dio e noi. Gesù partecipa con tutti i suoi alla
celebrazione, e proclama così il suo atto di fede nell'amore tra uomo e donna,
lui crede nell'amore, lo ratifica con il suo primo prodigio. Perché l'amore
umano è una forza dove è custodita la passione per la vita, dove l'altro ha
tutta la tua attenzione, dove la persona viene prima della legge, dove la
speranza batte la rassegnazione. Dove nascono sogni. La Chiesa, come Gesù, dovrebbe
attingere vino dall'amore degli uomini, custodirlo, inebriarsi e offrirlo alla
sete del mondo. Gesù prende l'amore umano e lo fa messaggio, parola di Dio. Con
le nozze l'uomo scende al nodo germinale della vita, e Gesù dice: l'incontro
con Dio è la tua primavera, fa germogliare vita, porta fioriture di coraggio.
«E viene a mancare il vino». Il vino, in tutta la Bibbia, è il simbolo
dell'amore felice tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Felice e sempre minacciato.
Simbolo della fede e dell'entusiasmo, della creatività, della passione che
vengono a mancare.
Non hanno più vino, esperienza che tutti abbiamo fatto, quando
stanchezza e ripetizione prendono il sopravvento. Quando ci assalgono mille
dubbi, quando gli amori sono senza gioia e le case senza festa. Ma ecco il
punto di svolta del racconto. Maria, la madre attenta, sapiente della sapienza
del Magnificat (sa che Dio ha saziato gli affamati di vita), indica la
strada: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Il femminile capace di unire il dire
e il fare! Fate il suo Vangelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne. E si
riempiranno le anfore vuote del cuore, si trasformerà la vita, da vuota a
piena, da spenta a felice.
Più Vangelo è uguale a più vita. Più Dio equivale a più io. A lungo
abbiamo pensato che al divertimento Dio preferisse il sacrificio, al gioco la
gravità, e abbiamo ricoperto il Vangelo con un velo di tristezza. Invece a
Cana ci sorprende un Dio che gode della gioia degli uomini e se ne prende cura.
«Dobbiamo trovare Dio precisamente nella nostra vita e nel bene che ci dà.
Trovarlo dentro la nostra felicità terrena».
sabato 9 gennaio 2016
Il Vangelo della Domenica - 10 gennaio 2016
Al centro del brano non è posto il battesimo di Gesù, raccontato
quasi come un inciso, ma l'aprirsi del cielo: «Gesù, ricevuto il battesimo,
stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì». Come si apre una breccia nelle
mura, come quando si aprono le braccia agli amici, all'amato, ai figli, ai
poveri. Il cielo si apre sotto l'urgenza dell'amore di Dio, sotto l'impazienza
di Adamo, sotto l'assedio dei poveri e nessuno lo rinchiuderà più. Guardo
spesso il cielo chiuso sopra la mia città, lo guardo con le sue stelle appassite,
e cerco un pertugio come quello sul Giordano, un graffio d'azzurro, uno strappo
nel grigio, per leggere, da là, dalla luce, dalla mia parte alta, tutto ciò
che è accaduto e accade nella mia vita. Ma anche l'aprirsi del cielo è secondario:
scese su di Lui lo Spirito Santo. Spirito è parola che dice vita, dal primo
respiro di Dio che accese la fiamma misteriosa della vita nel petalo di
argilla che è Adamo, da prima ancora quando «aleggiava sulle acque», covando
l'origine della vita. Santo significa sostanzialmente di Dio. «Scese lo Spirito
Santo» si può quindi tradurre così: «Scese la vita di Dio». Alito che rianima
la fiamma smorta, respiro profondo dell'essere, soffio di primavere. E poi fu
una voce: «Tu sei il mio figlio amato». Il brano è come una miniatura di tutto
il Vangelo e ne racconta alcune delle verità più alte. Racconta la Trinità per
simboli: una voce, un figlio, una colomba; racconta Gesù: il Figlio che si fa
fratello, che si immerge solidale nel fiume dell'umanità; racconta l'uomo:
un fratello che diventa figlio. E parla di me: il cielo che si apre, lo Spirito
e la Voce sono accaduti, sono scesi anche sul mio battesimo: vita di Dio in
me, dilatazione del cuore, incarnazione che non si arresta, io amato come Gesù,
Dio che preferisce ciascuno, ognuno figlio prediletto. Nella Bibbia
"figlio" è un termine tecnico, dal significato preciso: figlio è il
somigliante al padre, colui che compie le stesse sue azioni, che prolunga nella
sua vita la vita del padre. Allora ti prende come un desiderio di fare qualcosa
che assomigli a ciò che è detto di Gesù: «Passò nel mondo facendo del bene e
guarendo ogni male». Sintesi ultima, essenziale, struggente, bellissima della
vicenda di Gesù, ma anche di ognuna delle nostre vite. Passare nel mondo facendo
del bene, splendendo per un istante anche se nessuno guarderà il tuo lucente
sguardo.
domenica 3 gennaio 2016
Il "Bollettino" in versione settimanale
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Il Vangelo della Domenica - 3 gennaio 2016
venerdì 25 dicembre 2015
domenica 22 novembre 2015
Misericordiosi come il Padre
L’anno che iniziamo sarà totalmente dedicato al tema della misericordia: il papa ha indetto un Anno santo straordinario, un giubileo della misericordia.
Nella bolla di indizione (la lettera con cui ha ufficialmente indetto l’Anno Santo), chiamata Misericordiae Vultus, egli scrive: “Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti.” Chiamati dunque a diventare segno efficace dell’amore del Padre. Il motto che accompagnerà l’anno giubilare è proprio questo: “Misericordiosi come il Padre”; prende spunto dall’invito di Gesù, nel vangelo di Luca: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”.
Se Gesù rivolge questo invito ai suoi discepoli e quindi anche a noi significa che la misericordia è possibile, che si può essere misericordiosi, che possiamo partecipare alla misericordia con cui il Padre ama.
LA MISERICORDIA SI “FA”
Ciò che emerge in tutta la Scrittura e che il Papa ci suggerisce nell’indizione dell’Anno Santo è che la misericordia non è un vago sentimento, non è un’astrazione della mente, ma si traduce in opere, in fatti concreti, in azioni. Con un’espressione che, forse, nella lingua italiana ci suona un po’ male possiamo dire che “la misericordia si fa”.
Di fatto, a partire dalla tradizione biblica e poi dalla tradizione della chiesa, il tema della misericordia si è tradotto nelle “opere di misericordia”, due elenchi di sette opere che non vogliono chiudere il campo alla creatività della carità, ma esprimere una ricchezza di gesti in cui la misericordia può essere espressa.
Vogliamo ricordare e riportare queste due liste.
Opere di misericordia corporali
Dar da mangiare agli affamati
Dar da bere agli assetati
Vestire gli ignudi
Ospitare i pellegrini
Visitare gli infermi
Visitare i carcerati
Seppellire i morti
Opere di misericordia spirituali
Consigliare i dubbiosi
Insegnare agli ignoranti
Ammonire i peccatori
Consolare gli afflitti
Perdonare le offese
Sopportare pazientemente le persone moleste
Pregare Dio per i vivi e per i morti.
PROPOSTE DI FORMAZIONE E DI SPIRITUALITA’
L’anno della misericordia ci vedrà obbligatoriamente impegnati a riflettere, pregare e maturare sulle opere di misericordia. I centri di ascolto del vangelo, la scuola di Bibbia, la preghiera silenziosa del martedì e l’adorazione del venerdì, gli incontri del gruppo famiglie, le catechesi al gruppo anziani – pensionati e anche le catechesi per gli adolescenti e giovani verteranno tutte sulle opere di misericordia.
IL LOGO DELL’ANNO
Abbiamo scelto un logo che accompagni il cammino pastorale di quest’anno e che possa ricordarci costantemente il tema di riferimento. E’ un particolare di un famoso dipinto di Rembrandt, “Il Padre misericordioso”, custodito all’Ermitage di san Pietroburgo. Il dettaglio riporta le mani del Padre, che sono il vero centro del dipinto: su di esse si concentra tutta la luce; in esse si incarna la misericordia.
Non sono uguali, ma sono una maschile (robusta, forte, muscolosa, che protegge, difende) ed una femminile (tenera, delicata, che accarezza). Attraverso le mani Rembrandt vuole comunicare il volto paterno e materno di Dio. Dio Padre e Dio Madre.
Le mani che toccano le spalle del figlio sono gli strumenti dell’occhio interiore del padre. «Il tatto sostituisce la vista». Attraverso queste mani il padre afferma di «vedere»: vede lo smarrimento di donne e uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sente compassione per la sofferenza di coloro che hanno scelto di andarsene da casa.
Attraverso le mani, paterna e materna, la misericordia trova la sua concretizzazione, si trasforma in opere di misericordia.
In questo anno vogliamo essere mani di misericordia, mani che vedono e incontrano, che accolgono, che si stringono, che riconciliano, che offrono e donano, che abbracciano, che accarezzano e consolano … mani di misericordia.
IL SACRAMENTO DELLA MISERICORDIA
Un’ultima attenzione per questo anno giubilare sarà al sacramento della misericordia: la riconciliazione, o penitenza, o confessione. Sacramento significa segno concreto, tangibile, della salvezza con cui Dio ci viene incontro. Sarà un sacramento da riscoprire e a cui ritornare. Esso ci ricorda che siamo anzitutto noi bisognosi di misericordia e possiamo esercitarla solo e nella misura in cui l’abbiamo sperimentata.
A questo proposito cercheremo di offrire sussidi che possano aiutarci ad approfondire e a celebrare in modo più consapevole e partecipe il sacramento e noi sacerdoti cercheremo di offrire una maggiore disponibilità, già a partire dal tempo di Avvento e in preparazione al Natale (vedi sotto).
Proposte per il cammino di fede
Centri di Ascolto del Vangelo: Le opere di misericordia spirituali.
Una volta al mese. Per indicazioni dettagliate contattare il parroco.
Scuola di Bibbia: La misericordia nella Bibbia.
- Martedì 24 novembre: L’arte della misericordia: vivere nell’amore
- Martedì 1 dicembre: Il popolo di Israele: una storia all’insegna della misericordia
- Mercoledì 20 gennaio: I salmi: la misericordia diventa preghiera
- Martedì 26 gennaio: Gesù: l’uomo della misericordia
- Martedì 16 febbraio: La Chiesa: una comunità di misericordiosi
- Martedì 23 febbraio: La rivelazione finale: un giudizio di misericordia
Gli incontri si tengono in Oratorio alle ore 21. Relatore: don Stefano Chiapasco.
Preghiera silenziosa: Le opere di misericordia corporali.
Ogni martedì alle 21, salvo indicazione contraria ed ogni venerdì alle 16.30.
Esercizi Spirituali parrocchiali: Le Parabole della Misericordia.
- Lunedì 7, martedì 8, mercoledì 9 marzo ore 15
Predicatore: mons. Domenico Morstabilini
- Lunedì 7, martedì 8, mercoledì 9 marzo ore 21
Il Sacramento della Misericordia: disponibilità dei sacerdoti per le Confessioni.
Il parroco don Elia è disponibile ogni martedì sera, durante la preghiera silenziosa; ogni venerdì dalle 16.30 alle 17.30, durante l’adorazione; ogni sabato pomeriggio dalle 15.30 alle 17. Don Marco è disponibile quasi tutte le mattine, prima e dopo la Messa delle ore 8.30 a San Fereolo e ogni pomeriggio prima della Messa delle 17, alla chiesa del Sacro Cuore.
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