domenica 17 luglio 2016

Il Vangelo della Domenica - 17 luglio 2016

Gesù entra nella casa di due donne d'Israele, estromesse dalla formazione religiosa, va direttamente nella loro casa, perché quello è il luogo dove la vita è più vera. E il Vange­lo deve diventare vero nel cuore della vita.
Maria, seduta ai piedi del Si­gnore, ascoltava la sua paro­la.
Sapienza del cuore, il fiu­to per saper scegliere ciò che fa bene alla vita, ciò che re­gala pace e forza: perché l'uo­mo segue quelle strade dove il suo cuore gli dice che tro­verà la felicità. Mi piace immaginare questi due totalmente presi l'uno dall'altra: lui a darsi, lei a ri­ceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé, per lei che è donna, a cui nes­suno insegna. Lui totalmen­te suo, lei totalmente sua. A Maria doveva bruciare il cuo­re quel giorno. Da quel mo­mento la sua vita è cambia­ta. Maria è diventata fecon­da, grembo dove si custodi­sce il seme della Parola, e per questo non può non essere diventata apostola. Per il re­sto dei suoi giorni a ogni in­contro avrà donato ciò che Gesù le aveva seminato nel cuore.
Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose. Gesù, affettuosamente come si fa con gli amici, rimprovera Marta, ma non contraddice il suo servizio bensì l'affanno, non il cuore generoso di Marta ma l'agitazione. A tut­ti ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un trop­po che può sorgere e ingoiarti, che affanna, che di­stoglie il volto degli altri.
Marta - sembra dire Gesù, a lei e a ciascuno di noi - pri­ma le persone, poi le cose. Gesù non sopporta che Mar­ta sia confinata in un ruolo di servizio, che si perda nel­le troppe faccende di casa: tu, le dice Gesù, sei molto di più; tu puoi stare con me in una relazione diversa, non solo di scambio di servizi. Tu puoi condividere con me pensieri, sogni, emozioni, conoscenza, sapienza. «Maria ha scelto la parte mi­gliore», ha iniziato cioè dalla parte giusta il cammino che porta al cuore di Dio. Perché Dio non cerca servitori, ma amici, non cerca delle perso­ne che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose dentro di sé.

domenica 10 luglio 2016

Il Vangelo della Domenica - 10 luglio 2016


Un uomo scendeva da Gerusalemme a Geri­co. Seguono poche ri­ghe, uno dei racconti più bre­vi al mondo, e più belli, in cui è condensato il dramma e la soluzione di tutta intera la storia umana. Un uomo: non sappiamo il suo nome, ma sappiamo il suo volto: ferito, colpito, terrore e sangue, fac­cia a terra, non ce la fa. È il volto eterno dell'uomo, Il mondo intero passa per la strada che va da Gerusalem­me a Gerico. Nessuno può di­re: io faccio un'altra strada, nessuno può dirsi estraneo alle sorti del mondo. Ci sal­veremo tutti insieme, o sal­vezza non sarà. Un sacerdote scendeva per quella medesima strada. Il primo che passa è un prete, un uomo di Dio. Vede l'uomo a terra, lo aggira, passa oltre. Oltre la carne e il dolore del­l'uomo non c'è Dio, non ci so­no il tempio e il culto solen­ne, c'è solo l'illusione di po­ter amare Dio senza amare il prossimo, l'illusione di sen­tirci a posto perché credenti, il pericolo di una religiosità vuota. L'appuntamento con Dio è sulla strada di Gerico. Percorri l'uomo e arriverai a Dio (Sant'Agostino).
Il secondo che passa è un le­vita... Forse pensa: Ma perché Dio non interviene lui a sal­vare quest'uomo? Dio inter­viene sempre, ma lo fa attra­verso i suoi figli, attraverso di me. La sua risposta al dolore del mondo sono io, inviato come braccia aperte.
Invece un Samaritano, un e­retico, un nemico, mosso a pietà, gli si fa vicino. Sono ter­mini di una carica infinita, bellissima, che grondano di luce, grondano di umanità. Non è spontaneo fermarsi. La compassione non è un istin­to, ma una conquista. Il racconto di Luca adesso met­te in fila dieci verbi per de­scrivere l'amore: lo vide, si mosse a pietà, si avvicinò, scese, versò, fasciò, caricò, lo portò, si prese cura, pagò... fi­no al decimo verbo: al mio ri­torno salderò... Un uomo scendeva da Geru­salemme a Gerico, un uomo fortunato. Perché l'esperien­za di essere stato amato gra­tuitamente, anche una sola volta nella vita, riempie di senso per lungo tempo la vi­ta, risana in profondità chi ha subito violenza e si è sentito calpestato nell'anima. Ma chi è il mio prossimo? Ge­sù risponde: tuo prossimo è chi ha avuto compassione di te. Impara l'amore dall'amore rice­vuto. Diventa anche tu sa­maritano.

Il Vangelo della Domenica - 26 giugno 2016

Vuoi che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? La reazione di Giacomo e Giovanni al rifiuto dei Samarita­ni segue la logica comune: farla pagare, occhio per occhio. Gesù si voltò, li rimproverò e si av­viò verso un altro villaggio. Nel­la concisione di queste parole si staglia la grandezza di Gesù. Che difende chi non la pensa come lui, che capovolge la logica della storia, quella che dice: i nemici si combattono e si eliminano. Gesù invece intende eliminare il con­cetto stesso di nemico. E si av­viò verso un altro villaggio. Il Si­gnore inventore di strade: c'è sempre un nuovo villaggio con altri malati da guarire, altri cuo­ri da fasciare; c'è sempre un'al­tra casa dove annunciare pace. Non ha bisogno di mezzi forti o di segni prodigiosi, non cova ri­sentimenti. […]. E il Vangelo diventa viaggio, via da percorrere, spazio aperto. E in­vita il nostro cristianesimo a di­ventare così, a continui passag­gi, a esodi, a percorsi. Come accade anche ai tre nuovi discepoli che entrano in scena nella seconda parte del Vangelo. Ad essi, che ci rappresentano tut­ti, dice: Le volpi hanno tane, gli uccelli nidi, ma io non ho dove posare il capo. Eppure non era esattamente co­sì. Gesù aveva cento case di a­mici e amiche felici di accoglier­lo a condividere pane e sogni. Con la metafora delle volpi e de­gli uccelli Gesù traccia il ritratto della sua esistenza minacciata dal potere religioso e politico, sottoposta a rischio, senza sicu­rezza. Chi vuole vivere tranquil­lo e in pace nel suo nido non po­trà essere suo discepolo. Noi siamo abituati a sentire la fe­de come conforto e sostegno, pa­ne buono che nutre, e gioia. Ma questo Vangelo ci mostra che la fede è anche altro: un progetto che non assicura una esistenza tranquilla, ma offre la gioiosa fa­tica di aprire strade nuove, il ri­schio di essere rifiutati e perfino perseguitati. Perché si oppone e smonta il presente, quando le sue logiche sanno di superficia­lità, di violenza, di inganno, per seminarvi il futuro. Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. Una frase durissima che non contesta gli affetti uma­ni, ma si chiarisce con ciò che se­gue: Tu va e annunzia il Regno di Dio. Tu fa cose nuove. Se ti fermi all'esistente, al già visto, al già pensato, non vivi in pienezza. Noi abbiamo bisogno di fre­schezza e il Signore ha bisogno di gente viva. Di gente che, come chi ha posto mano all'aratro, non guardi indietro a sbagli, incoe­renze, fallimenti, ma avanti, ai grandi campi della vita, che gli appartengono, a un Dio che vie­ne dall'avvenire.