domenica 25 settembre 2016

30 anni di Oratorio: la celebrazione e la festa

Sono iniziate le manifestazioni per ricordare i 30 anni del nuovo oratorio di San Fereolo: sabato 24 settembre, presieduta da sua Ecc. Mons. Giuseppe Merisi, Vescovo Emerito di Lodi, è stata concelebrata la S. Messa con tutti gli assistenti che in questi anni si sono succeduti alla guida dell'oratorio.

Domenica 25 settembre invece, con la partecipazione di quasi 200 ragazzi e loro familiari, per le vie e le piazze del quartiere, grande successo ha avuto la 1a edizione dei "Giochi Senza Quartiere".
Segui i link per vedere le foto dei due momenti.

Il Vangelo della Domenica - 25 settembre 2016

C'era una volta un ricco... La parabola del ricco senza no­me e del povero Lazzaro ini­zia con il tono di una favola e si svolge con il sapore di un a­pologo morale: c'è uno che si gode la vita, un superficiale spensierato, al quale ben pre­sto la vita stessa presenta il conto. Il cuore della parabo­la non sta però in una sorta di capovolgimento nell'aldilà: chi patisce in terra godrà nel cielo e chi gode in questa vi­ta soffrirà nell'altra. Il mes­saggio è racchiuso in una pa­rola posta sulla bocca di A­bramo, la parola 'abisso', un grande abisso è stabilito tra noi e voi. Questo baratro separava i due personaggi già in terra: uno affamato e l'altro sazio, uno in salute e l'altro coperto di piaghe, uno che vive in stra­da l'altro al sicuro in una bel­la casa. Il ricco poteva colmare il baratro che lo separa­va dal povero e invece l'ha ra­tificato e reso eterno. L'eter­nità inizia quaggiù, l'inferno non sarà la sentenza improv­visa di un despota, ma la len­ta maturazione delle nostre scelte senza cuore. Che cosa ha fatto il ricco di male? La parabola non è mo­ralistica, non si leva contro la cultura della bella casa, del ben vestire, non condanna la buona tavola. Il ricco non ha neppure infierito sul povero, non lo ha umiliato, forse era perfino uno che osservava tutti i dieci comandamenti. Lo sbaglio della sua vita è di non essersi neppure accorto dell'esistenza di Lazzaro. Non lo vede, non gli parla, non lo tocca: Lazzaro non esiste, non c'è, non lo riguarda. Que­sto è il comportamento che san Giovanni chiama, senza giri di parole, omicidio: chi non ama è omicida. Tocchiamo qui uno dei cuori del Vangelo, il cui batti­to arriva fino al giorno del giu­dizio finale: Avevo fame, ave­vo freddo, ero solo, abbando­nato, l'ultimo, e tu hai spez­zato il pane, hai asciugato u­na lacrima, mi hai regalato un sorso di vita. Nella parabola Dio non è mai nominato, eppure intuiamo che era lì presente, pronto a contare ad una ad una tutte le briciole date al povero Lazza­ro e a ricordarle per sempre, tutte le parole, ogni singolo gesto di cura, tutto ciò che poteva regalare a quel nau­frago della vita dignità e ri­spetto, riportare uomo fra gli uomini colui che era solo un'ombra fra i cani. Perché il cammino della fede inizia dalle piaghe del povero, car­ne di Cristo, corpo di Dio.

sabato 24 settembre 2016

Il Vangelo della Domenica - 18 settembre 2016

La parabola del fattore infedele si chiude con un messaggio sor­prendente: l'uomo ricco loda il suo truffatore. Sor­preso a rubare, l'ammini­stratore capisce che verrà licenziato e allora escogi­ta un modo per cavarsela, un modo geniale: adotta la strategia dell'amicizia, creare una rete di amici, cancellando parte dei lo­ro debiti. Con questa scel­ta, inconsapevolmente, e­gli compie un gesto profe­tico, fa ciò che Dio fa ver­so ogni uomo: dona e per­dona, rimette i nostri de­biti. Così da malfattore di­venta benefattore: regala pane, olio, cioè vita, ai de­bitori. Lo fa per interesse, certo, ma intanto cambia il senso, rovescia la dire­zione del denaro, che non va più verso l'accumulo ma verso il dono, non ge­nera più esclusione ma a­micizia. Il personaggio più interes­sante della parabola, su cui fermare l'attenzione, è il ricco, figura di un Signore sorprendente: il padro­ne lodò quell'amministra­tore disonesto, perché ave­va agito con scaltrezza, aveva puntato tutto sull'a­micizia. Qui il Vangelo re­gala una perla: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché quando es­sa verrà a mancare vi ac­colgano nelle dimore eter­ne. Fatevi degli amici […] che vi accolgano nel­la casa del cielo: prima di Dio ci verranno incontro coloro che abbiamo aiutato, nel loro abbraccio ri­conoscente si annuncerà l'abbraccio di Dio, dentro un paradiso generato dal­le nostre scelte di vita. Nessuno può servire due padroni. Non potete servi­re Dio e la ricchezza. Af­fermazione netta: il dena­ro e ogni altro bene mate­riale, sono solo dei mezzi utili per crescere nell'a­more e nella amicizia. So­no ottimi servitori ma pes­simi padroni. Il denaro non è in sé cattivo, ma può diventare un idolo e gli i­doli sono crudeli perché si nutrono di carne umana, aggrediscono le fibre inti­me dell'umano, mangiano il cuore. […] La parabola inverte il pa­radigma economico su cui si basa la società contem­poranea: è il mercato che detta legge, l'obiettivo è u­na crescita infinita, più de­naro è bene, meno dena­ro è male. Se invece legge comune fossero la so­brietà e la solidarietà, la condivisione e la cura del creato, non l'accumulo ma l'amicizia, crescerebbe la vita buona.

Altrimenti nessun povero ci sarà che apra le porte della casa del cielo, che a­pra cioè fessure per il nascere di un mondo nuovo.

Il Vangelo della Domenica - 11 settembre 2016

Un uomo aveva due figli. Questo inizio, semplicissimo e favoloso, apre la parabola più bella, e nessuna pagina al mondo raggiunge come questa la struttura stessa del nostro vivere, nessuna lascia intravedere come questa il cuore stesso di Dio. Si è persa una pecora, si perde una dracma, si perde un figlio. Si direbbero quasi delle sconfitte di Dio. E invece l'amore vince proprio perdendosi dietro a chi si era perduto. Io voglio bene al prodigo. Il prodigo è storia di tutti, questa crisi del ribelle l'abbiamo tutti vissuta, e spesso il gesto di rivolta non era che il preludio a una dichiarazione d'amore. Ma il prodigo si trova a pascolare i porci. Il libero ribelle è diventato servo, ha fame, «può rubare le ghiande ai porci, ma non può accontentarsi, come loro, delle sole ghiande. L'uomo nasce con il cuore malato di cose lontane. Si ricorda del pane di casa e si mette in cammino verso suo padre. A Dio non importa il motivo per cui ritorni, se per il pane o per il padre, a Lui basta che tu ti metta in viaggio e ti «vede quando sei ancora lontano», ti corre incontro, ti si getta al collo, non ti lascia parlare, per salvarti dal tuo cuore quando il cuore ti accusi, per salvarti anche dalla tentazione di appesantirti del tuo passato. Il Padre non guarda indietro, non chiede pentimenti, a lui non interessa né giudicare né assolvere, ma aprire un futuro nuovo. Vuole salvare il figlio fallito che si accontenta di essere un garzone, vuole salvarlo da se stesso, dal suo cuore di servo, restituendogli un cuore di figlio. Non saranno mai né penitenza, né paura, né rimorso a liberare l'uomo dal suo male profondo, ma un "di più" di vita, l'abbraccio e la festa di un Padre più grande del nostro cuore. Il fratello maggiore torna dal suo lavoro ed entra in crisi; virtuoso e infelice, perché misura tutto sulle prestazioni, sulla contabilità del dare e dell'avere: «Io ti ho sempre ubbidito, e tu non mi hai dato neanche un capretto». Sono le parole di chi ha osservato le regole, ma come un salariato; è la confessione di un fallito, che ha fatto il bene ma sognando in cuor suo tutt'altra vita. Onesto ma infelice, perché il suo cuore è assente. Ma il padre vuole salvare anche lui dal suo cuore di servo: «Tu sei sempre con me, tutto ciò che è mio è tuo». Avrà capito? Padre, non sono degno, ma mi prendo lo stesso il tuo abbraccio, la tua veste nuova, la tua festa. Sono il tuo figlio. Grazie di essere Padre a questo modo, un modo davvero divino.

domenica 4 settembre 2016

Giochi senza quartiere!

Giochi Senza Quartiere è il titolo del grande gioco a squadre che coinvolgerà insieme grandi e piccoli per festeggiare il compleanno del nostro oratorio. Così nel pomeriggio di domenica 25 settembre il nostro quartiere si trasformerà in un’arena itinerante dove adulti e ragazzi si sfideranno in appassionanti e divertenti sfide. 
Giocheremo per il quartiere per permettere a tutti di partecipare e di divertirsi, spettatori e giocatori. Il gioco si snoderà in 5 prove oltre ad un ripetitivo “fil rouge” (vi ricordate i mitici giochi senza frontiere?); e naturalmente non mancherà la possibilità di giocare il “jolly” per raddoppiare il punteggio della prova. Il gioco partirà dall’oratorio di Robadello e si concluderà all’oratorio di San Fereolo facendo tappa in piazza Omegna, al parco Amico di via san Fereolo e al parcheggio della scuola Arcobaleno.
Collegandovi ai social indicati nella locandina sarete aggiornati in tempo reale su regolamento e appuntamenti preparatori. Qui di seguito in sintesi le prime informazioni.

Quando?
Domenica 25 settembre dalle ore 15,30 alle ore18,30.

Chi può partecipare?
Tutti, adulti e ragazzi, maschi e femmine, fino ai nati nel 2004 compresi.

Le squadre
Saranno composte da un minimo di 12 ad un massimo di 15 componenti e tra questi almeno 5 femmine e 3 ragazzi/e di età inferiore a 18 anni.

Iscrizioni
Ci si può iscrivere come squadra, a gruppi, singolarmente. Gli iscritti come gruppi e singolarmente saranno poi inseriti nelle squadre. Quota partecipazione 3,00 euro a persona (2,00 euro per ragazzi/e al di sotto dei 18 anni).
Per aggiornamenti informazioni e iscrizioni contattateci ai seguenti recapiti telefonici:
Paolo 335.62.38.261
Mauro 338.36.71.496
Maurizio 338.37.17.077 
Oppure inviate una mail all’indirizzo: sanfereolo.gsf@gmail.com

A partire dalla fine di agosto tutte le informazioni saranno aggiornate su internet, www.sanfereololodi.blogspot.it; su Facebook digitando “San Fereolo Giochi Senza Quartiere”, su twitter all’hastag #sanfereoloGSQ. 
Domenica 11 settembre in occasione della Straoratorio un punto informativo sarà a disposizione per tutte le informazioni. 
Vi aspettiamo numerosissimi!

sabato 3 settembre 2016

Un anno sull'Eucarestia

Non è da molto che la nostra comunità ha posto al centro della sua attenzione e riflessione la realtà dell’Eucarestia dedicandovi un anno pastorale. Lo faremo anche quest’anno accogliendo l’invito del vescovo, in concomitanza con il Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà a Genova dal 15 al 18 settembre prossimi, dal tema: “L’Eucarestia sorgente della missione: nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro”.
Non sarà una sterile ripetizione perché l’Eucarestia merita di essere posta al centro sempre e non saranno mai sufficienti la riflessione e l’attenzione affinché possa maturare nei credenti una soda spiritualità eucaristica che è spiritualità di comunione, di dedizione, di apertura missionaria.
Presento, pertanto, brevi linee di riflessione che possano introdurre il percorso partendo dall’icona evangelica di Luca 24, che narra la vicenda dei discepoli di Emmaus, e da un’opera artistica di un autore francese, Arcabas, (Jean Marie Pirot), dal titolo: “Ciclo di Emmaus”, custodito nella chiesa della Risurrezione di Torre de’ Roveri (BG).

L’EUCARESTIA: UN GIORNO
Il primo riferimento è che l’Eucarestia si celebra in un giorno speciale: la domenica. Certo, si celebra tutti i giorni, ma la domenica, Pasqua della settimana, è per antonomasia il giorno dell’Eucarestia. “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato …”. E’ la Pasqua e ogni Eucarestia domenicale è celebrazione della Pasqua.
Non è indifferente che la nostra settimana sia ritmata sul ritmo domenicale e che la domenica sia il primo giorno della settimana: c’è un giorno diverso dagli altri giorni che dovrebbe aiutarci a recuperare il senso della fatica e del cammino quotidiano facendoci riscoprire e ricordandoci che c’è una dimensione religiosa della vita, una presenza, quella di Dio che ci consente di dare pienezza di significato al nostro vivere. Non a caso la domenica è chiamata anche l’”ottavo giorno”, perché, oltre il ritmo settenario del tempo, ci proietta in un tempo “ulteriore”: quello di Dio, che è già qui, presente, in mezzo a noi.
Da tempo la domenica è diventata il giorno per fare tutt’altro: sembra che la celebrazione eucaristica non riesca a trovarvi collocazione … ma, senza nulla togliere alla legittimità e necessità di momenti di riposo e di svago, invito a riscoprire, a rimotivare e a scegliere nuovamente di celebrare insieme l’Eucarestia domenicale, perché i nostri giorni e il nostro lavoro, le relazioni possano beneficiarne.

L’EUCARESTIA: UN RITO
Il secondo riferimento è che l’Eucarestia è un rito.
Dobbiamo intenderci bene sul significato del termine perché qualcuno tende a svalutare i riti come qualcosa di sterile, noioso ed estraneo alla vita.
Il rito, invece, nella sua corretta comprensione, è qualcosa di necessario alla vita, addirittura indispensabile. Ce lo ricordano i riti della vita quotidiana: un caffè bevuto in compagnia … il bacio alla persona cara prima di andare al lavoro … la buonanotte etc. ...: gesti e parole di una semplicità disarmante, che si ripetono con regolarità per esprimere cose straordinarie: ti voglio bene, ti amo, ti ricordo, sei importante per me … Normalmente il linguaggio dell’amore passa attraverso i riti.
Con le dovute distinzioni il rito per eccellenza, che è l’Eucarestia, è la ripetizione di gesti e parole, quelli di Gesù nell’Ultima Cena, che non solo ci ricordano, ma riattualizzano, rendono presente per noi il suo mistero di donazione e di amore.
La logica del rito, nella ripetizione di gesti e parole, è la conferma che il Signore Gesù ci offre ogni domenica, per dirci: ti voglio bene, tu sei importante per me, tu mi interessi, mi dono a te. 
E di questa conferma, quanto abbiamo bisogno, tutti! 

L’EUCARESTIA: UN DONO
C’è un gesto particolare con il quale, fin dalle primissime comunità cristiane, si definiva la celebrazione dell’Eucarestia: spezzare il pane. I due discepoli, proprio in questo gesto, riconoscono Gesù presente e vivo. Spezzare il pane ci rimanda alla vita di Gesù che si è fatto dono; è sinonimo di donare, di vita donata: lo è per Gesù e deve esserlo anche per ciascuno di noi.
Celebrare l’Eucarestia, spezzando il pane, significa riconoscere e accogliere il dono che è Gesù e accettare di fare della nostra vita un dono, un pane spezzato per il bene di tutti.
L’Eucarestia non è un bene solo per me; non posso celebrare l’Eucarestia senza la disposizione del cuore a divenire io stesso pane spezzato, vita donata.

L’EUCARESTIA: UN MANDATO
L’ultima indicazione è quella che ci fa alzare dalla tavola eucaristica, ci fa uscire dal “cenacolo” e ci manda: agli altri, alla città degli uomini, al mondo, alla storia.
L’Eucarestia è sempre un mandato: siamo convocati per essere mandati. Ci riuniamo come fratelli in assemblea per “disperderci” nella quotidianità della vita, in mille rivoli che possano portare all’umanità in attesa un po’ di quella forza, di quella gioia, di quella pace che la Parola e il Pane ci donano. Sarebbe un vero controsenso se la nostra Eucarestia si concludesse dentro le mura delle nostre chiese e non si prolungasse, invece, nei giorni della settimana, negli spazi della vita, negli incontri con le persone.
L’immagine che ci accompagna ci presenta la tavola ormai deserta, le porte spalancate su un cielo stellato che accende la speranza: fuori c’è un mondo, un’umanità che attende il Pane, la Parola e gesti autentici di fraternità che possano aiutare a restituire senso e dignità al vivere.
Dall’Eucarestia bisogna alzarsi e andare, come testimoni dell’amore.

Il Vangelo della Domenica - 4 settembre 2016

Gesù, vedendo la folla numerosa che lo se­gue, si volta per met­terla in guardia, chiarendo be­ne che cosa comporti andare dietro a lui. Gesù non illude mai, non strumentalizza en­tusiasmi o debolezze, vuole invece adesioni meditate, mature e libere. Perché alla quantità di discepoli preferi­sce la qualità. E indica tre con­dizioni per seguirlo. Radicali. Se uno viene a me e non mi a­ma più di quanto ami suo pa­dre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Parole che sembrano dure, eccessive, le diresti la croci­fissione del cuore, con i suoi affetti, e invece ne sono la ri­surrezione. Infatti il verbo centrale su cui poggia tutta l'architettura della frase è: se uno non mi ama di più... Non si tratta di una sottrazione, ma di una addizione. Gesù non ruba amori, aggiunge un 'di più'. Il discepolo è colui che sulla luce dei suoi amori sten­de una luce più grande. E il ri­sultato che ottiene non è u­na limitazione ma un po­tenziamento. Dice Gesù: Tu sai quanto è bello dare e ricevere amore, quanto con­tano gli affetti, io posso of­frirti qualcosa di ancora più bello. Gesù è il sigillo, la ga­ranzia che se stai con Lui, se lo tieni con te, i tuoi amori saranno custoditi più vivi e più luminosi. Seconda condizione: Colui che non porta la propria cro­ce e non viene dietro a me, non può essere mio discepo­lo. La croce: e noi la pensiamo metafora delle inevitabili dif­ficoltà di ogni giorno, dei pro­blemi della famiglia, della ma­lattia da sopportare. Ma nel Vangelo la parola 'croce' contiene il vertice e il rias­sunto della vicenda di Gesù. Croce è: amore senza misura e senza rimpianti, disarmato amore che non si arrende, non inganna e non tradisce. Che va fino alla fine. Gesù possiede la chiave dell'anda­re fino in fondo alle ragioni dell'amore. Allora le due prime condi­zioni: Amare di più e portare la croce si illuminano a vi­cenda. Prendi su di te una porzione grande di amore, altrimenti non vivi; prendi la porzione di dolore che ogni amore comporta, altrimenti non ami. La terza condizione: chiun­que di voi non rinuncia a tut­ti i suoi averi, non può essere mio discepolo. La rinuncia che Gesù chiede non è innanzi­tutto un sacrificio ascetico, ma un atto di libertà: esci dal­l' ansia di possedere, dalla il­lusione che ti fa dire: «io ho, accumulo, e quindi sono e valgo». Un uomo non vale mai per quanto possiede, o per il colore della sua pelle, ma per la qualità dei suoi sentimenti (M.L. King). Lascia giù le cose e prendi su di te la qualità dei sentimen­ti. Impara non ad avere di più, ma ad amare di più.

Il Vangelo della Domenica - 28 agosto 2016

Gesù amava i banchetti, li adottava a simbolo della fraternità e a pul­pito del suo annuncio di un Dio e un mondo nuovi. Invi­tarlo però era correre un bel rischio, il rischio di gesti e pa­role capaci di mettere sottosopra la cena, di mandare in crisi padroni e invitati. Ed ecco che, presso un capo dei farisei, diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti, no­tando come entrare nella sala era entrare in un clima di competizione, osservando co­me si dissolveva in invidie e rancori il senso della cena in­sieme che è la condivisione. Vedendo la corsa ai primi po­sti, reagisce opponendo a quella ricerca di potere un ge­sto eloquente e creativo: Quando sei invitato va a met­terti all'ultimo posto. Ma non per umiltà, non per modestia, ma per creare fraternità, per dire all'altro: prima tu e dopo io; tu sei più importante di me; vado all'ultimo posto non perché io non valgo niente, ma perché tu, fratello, sia servito per primo e meglio. L'ultimo posto non è una condanna, è il posto di Dio, venuto per ser­vire e non per essere servito. All'ultimo posto non per umiltà ma per rovesciare, per invertire la sca­la di valori su cui poggia la nostra convivenza e per delinea­re un altro modo di abitare la terra. E poi, rivolto a colui che l'ave­va invitato, aggiunge: Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini. Sono i legami normali che garantiscono l'eterno equilibrio del dare e del­l'avere, la difesa dei tuoi beni e gli interessi del tuo gruppo; sono i legami che tengono in­sieme un mondo che si difen­de e si protegge, che segue la legge un po' gretta della reci­procità e del baratto, e che non crea inclusione.
Ma c'è, alla periferia del tuo, un altro mondo, e ti riguarda: Quando offri una cena invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Ac­cogli quelli che nessuno ac­coglie, crea comunione con chi è escluso dalla comunio­ne, dona senza contraccam­bio, dona in perdita a coloro che davvero hanno bisogno e non possono restituire nien­te. Gesù ha un sogno: un mon­do dove nessuno è escluso, u­na città da costruire partendo dalle periferie, dagli ultimi del­la fila, dagli uomini del pane a­maro.
È la legge della vi­ta: per star bene l'uomo deve dare, amando per primo, in perdita, senza contraccambio. Sarai beato: perché Dio rega­la gioia a chi produce amore.

Il Vangelo della Domenica - 21 agosto 2016

Sforzatevi di entrare per la porta stretta. Per la porta larga vuole passare chi crede di avere addosso l'odo­re di Dio, preso tra incensi, riti e preghiere, e di questo si vanta. Per la porta stretta entra «chi ha addosso l'o­dore delle pecore» (papa Francesco), l'operaio di Dio con le mani segnate dal lavoro, dal cuore buono. È la porta del servizio.
Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi bus­serete: Signore aprici. E lui: non so di dove siete, non vi conosco. Avete false credenziali. Infatti quelli che vo­gliono entrare si vantano di cose poco significative: ab­biamo mangiato e bevuto con te, eravamo in piazza ad ascoltarti... ma questo può essere solo un alibi, non si­gnifica che abbiano accolto davvero il suo Vangelo. La sua Parola è vera solo se diventa carne e sangue. A mol­ti contemporanei di Gesù succedeva proprio questo: di sedere a mensa con lui, ascoltarlo parlare, emozionar­si, ma tutto finiva lì, non ne avevano la vita trasforma­ta. Così noi possiamo partecipare a messe, ascoltare prediche, dirci cristiani, difendere la croce come simbolo di una civiltà, ma tutto questo non basta. La mi­sura è nella vita. La fede autentica scende in quel tuo profondo dove nascono le azioni, i pensieri, i sogni, e da là erompe a plasmare tutta intera la tua vita, tutte le tue relazioni. Perché le cose di Dio e le cose dell'uomo sono indissolubili. Infatti quelli che bussano alla por­ta chiusa hanno compiuto sì azioni per Dio, ma nes­suna azione per i fratelli. Non basta mangiare Gesù che è il pane, occorre farsi pane. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia. Non vi conosco. Il riconoscimento sta nella giustizia. Dio non ti riconosce per formule, riti o simboli, ma per­ché hai mani di giustizia. Ti ri­conosce non perché fai delle cose per lui, ma perché con lui e come lui fai delle cose per gli altri. Non so di dove siete: i vo­stri modi di vedere gli altri so­no lontanissimi dai miei, voi venite da un mondo diverso rispetto al mio, da un altro pia­neta. La conclusione della parabo­la è piena di sorprese. Prima di tutto è sfatata l'idea della por­ta stretta come porta per po­chi, per i più bravi: tutti possono passare. Oltre quella porta Gesù immagina una festa multicolore: verranno da oriente e occidente, dal nord e dal sud del mondo e siederanno a mensa. Il sogno di Dio: far sorgere figli da ogni dove. Li raccoglie, per una offerta di felicità, da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del re­gno, arrivati ultimi e da lui considerati primi. Gesù li riconosce dall'odore, lui che con le pecore sper­dute, sofferenti, malate si è mischiato per tutta la vita. Li riconosce perché sanno il suo stesso odore.