mercoledì 14 giugno 2017

Il Vangelo della Domenica - 11 giugno 2017

Un solo Dio in tre persone: Dio non è in se stesso solitudine ma comunione, l'oceano della sua essenza vibra di un infinito movi­mento d'amore, reciprocità, scambio, in­contro, famiglia, festa. Quando nell'«in principio» Dio di­ce: «Facciamo l'uomo a nostra im­magine e somiglianza», l'immagi­ne di cui parla non è quella del Creatore, non quella dello Spirito, né quel­la del Verbo eterno di Dio, ma è tutte queste cose insieme. L'uomo è creato a immagine della Trinità. E la relazione è il cuore dell'es­senza di Dio e dell'uomo. Ecco perché la solitudine mi pesa e mi fa paura, perché è contro la mia natura. Ecco perché quando amo o trovo amicizia sto co­sì bene, perché è secondo la mia vocazio­ne. In principio a tutto sta un legame d'a­more, che il Vangelo annuncia: «Dio ha tan­to amato il mondo da dare il suo Figlio». Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte: il verbo dare. Amare equivale a dare, il ver­bo delle mani che offrono. «Dio ha tanto amato», centro del Vangelo di Giovanni, che ha la definizione più folgo­rante di Dio: Dio è amore; che vuole portar­ci a confessare: noi abbiamo creduto all'a­more che Dio ha per noi! Se mi domandano: tu cristiano a che cosa credi? La risposta spontanea è: credo in Dio Padre, in Gesù crocifisso e risorto, la Chie­sa... Giovanni indica una risposta diversa: il cristiano crede all'amore. Noi abbiamo creduto all'amore: ogni uomo, ogni donna, anche il non credente può cre­dere all'amore. Può fidarsi e affidarsi all'a­more come sapienza del vivere. Se non c'è amore, nessuna cattedra può dire Dio, nes­sun pulpito. È lo stesso amore interno alla Trinità che da lì si espande, ci raggiunge, ci abbraccia e poi dilaga. Come legame delle vite. Dio ha tanto amato il mondo. Non solo l'uo­mo, è il mondo che è amato, la terra e gli a­nimali e le piante e la creazione intera. E se Lui ha amato, anch'io devo amare questa terra, i suoi spazi, i suoi figli, il suo verde, i suoi fiori, la sua bellezza. Terra amata. La festa della Trinità è specchio del mio cuo­re profondo e del senso ultimo dell'univer­so. Incamminato verso un Padre che è la fon­te della vita, verso un Figlio che mi inna­mora, verso uno Spirito che accende di co­munione le mie solitudini, io mi sento pic­colo e tuttavia abbracciato dal mistero. Pic­colo ma abbracciato, come un bambino.

Il Vangelo della Domenica - 4 giugno 2017 - Pentecoste

Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei... Ac­cade sempre così quando agisci seguendo le tue paure: la vita si chiude. La paura è la paralisi della vita. I discepoli han­no paura anche di se stessi, di come lo han­no rinnegato. E tuttavia Gesù viene. È una comunità dalle porte e finestre sbarrate, dove manca l'aria e si respira dolore, una comunità che si sta ammalando. E tutta­via Gesù viene. Viene in mezzo ai suoi, prende contatto con le loro paure, con i loro limiti, senza temerli. Sa gestire la nostra imperfezione. Mostrò loro le mani e il fianco. E i discepo­li gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». L'abbandonato ritorna e sceglie proprio coloro che lo avevano abbandonato e li manda. Lui avvia processi di vita, non ac­cuse; gestisce la fragilità e la fatica dei suoi con un metodo umanissimo: quello del primo passo. Gestire l'imperfezione significa questo: av­viare processi di vita e cercare di ottenere il miglior risultato possibile ogni giorno. Molti ti sbandierano in faccia la loro idea di perfezione. Sono i più, convinti inoltre di esprimere la vera sapienza, ma con lo­ro le cose non cambiano mai, i perfetti il più delle volte sono immobili. Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. Soffiò... Lo Spirito è il respi­ro di Dio. In quella stanza chiusa, in quel­la situazione che era senza respiro, asfitti­ca, ora respira ora il respiro di Cristo, quel principio vitale e luminoso, quella inten­sità che lo faceva diverso, che faceva uni­co il suo modo di amare e spalancava o­rizzonti.
A coloro cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro cui non perdonerete non saranno perdonati. Il perdono dei peccati non è una missione riservata ai preti, è un impegno affidato a tutti i credenti che han­no ricevuto lo Spirito, donne e uomini, pic­coli e grandi. Il perdono non è un senti­mento, ma una decisione: «piantate attor­no a voi oasi di riconciliazione, aprite por­te, riaccendete calore, riannodate fiducia nelle persone, inventate sistemi di pace». E quando le oasi si saranno moltiplicate conquisteranno il deserto.

Il Vangelo della Domenica - 21 maggio 2017

Se mi amate osserverete i miei co­mandamenti. Tutto comincia con una parola carica di delicatezza e di rispetto: se mi amate... "Se": un punto di partenza così umile, così libero, così fidu­cioso. Non si tratta di una ingiunzione (do­vete osservare) ma di una constatazione: se amate, entrerete in un mondo nuovo. Osserverete i comandamenti "miei", dice. E miei non tanto perché prescritti da me, ma perché riassumono me e tutta la mia vita. Se mi amate, vivrete come me! Se ami Cristo, lui ti abita i pensieri, le azioni, le pa­role e li cambia. E tu cominci a prendere quel suo sapore di libertà, di pace, di perdono, di tavole im­bandite e di piccoli abbracciati, di relazio­ni buone, la bellezza del suo vivere. Co­minci a vivere la sua vita buona, bella e beata. Ama e fa quello che vuoi (sant'Ago­stino). Se ami, non potrai ferire, tradire, derubare, violare, deridere. Se ami, non potrai che soccorrere, accogliere, benedi­re. E questo per una legge interiore ben più esigente di qualsiasi legge esterna. A­ma e poi va' dove ti porta il cuore. In una specie di commovente, suadente monotonia Gesù per sette volte nel bra­no ripete: voi in me, io in voi, sarò con voi, verrò da voi. Attraverso una parola di due sole lettere "in" racconta il suo sogno di comunione. Io nel Padre, voi in me, io in voi: dentro, immersi, uniti, intimi. Gesù che cerca spa­zi, spazi nel cuore. Io sono tralcio unito al­la madre vite, goccia nella sorgente, raggio nel sole, scintilla nel grande braciere del­la vita, respiro nel suo vento. Non vi lascerò orfani. Non lo siete ora e non lo sarete mai: mai orfani, mai ab­bandonati, mai separati. La presenza di Cristo non è da conquistare, non è da rag­giungere, non è lontana. È già data, è den­tro, è indissolubile, fontana che non verrà mai meno. […] Noi siamo già in Dio, come un bimbo nel grembo di sua madre. E se non può ve­derla, ha però mille segni della sua pre­senza, che lo avvolge, la scalda, lo nutre, lo culla. E infine l'obiettivo di Gesù: Io vivo e voi vi­vrete: far vivere è la vocazione di Dio, la mania di Gesù, il suo lavoro è quello di es­sere nella vita datore di vita. È molto bel­lo sapere che la prova ultima della bontà della fede sta nella sua capacità di tra­smettere e custodire umanità, vita, pie­nezza di vita. E poi, di farci sconfinare in Dio.

Il Vangelo della Domenica - 14 maggio 2017

Non sia turbato il vostro cuore, ab­biate fiducia. L'invito del Maestro ad assumere questi due atteggia­menti vitali a fondamento del nostro rap­porto di fede: un «no» gridato alla paura e un «sì» consegnato alla fiducia. Due atteg­giamenti del cuore che sono alla base an­che di qualsiasi rapporto fecondo, armonioso, esatto con ogni forma di vita. Ad o­gni mattino, ad ogni risveglio, un angelo ri­pete a ciascuno le due parole: non avere paura, abbi fiducia. Noi tutti ci umanizzia­mo per relazioni di fiducia, a partire dai no­stri genitori; diventiamo adulti perché co­struiamo un mondo di rapporti umani e­dificati non sulla paura ma sulla fiducia. La fede religiosa (atto umanissimo, vitale, che tende alla vita) poggia sull'atto umano del credere, e se oggi è in crisi, ciò è accaduto perché è entrato in crisi l'atto umano dell'aver fiducia negli altri, nel mondo, nel fu­turo, nelle istituzioni, nell'amore. In un mondo di fiducia rinnovata, anche la fede in Dio troverà respiro nuovo. Io sono la via la verità e la vita. Tre parole immense. Che nessuna spiegazione può e­saurire. Io sono la via: la strada per arriva­re a casa, a Dio, al cuore, agli altri; una via davanti alla quale non si erge un muro o u­no sbarramento, ma orizzonti aperti. Sono la strada che non si smarrisce, ma va' verso la storia più ambiziosa del mondo, il so­gno più grandioso mai sognato, la conqui­sta - per tutti - di amore e libertà, di bellez­za e di comunione: con Dio, con il cosmo, con l'uomo. Io sono la verità: non in una dottrina, né in un libro, né in una legge migliori delle al­tre, ma in un «io» sta la verità, in Gesù, ve­nuto a mostrarci il vero volto dell'uomo e il volto d'amore del Padre. […] Parole enormi, davanti alle quali pro­vo vertigine. La mia vita si spiega con la vi­ta di Dio. Nella mia esistenza più Dio equi­vale a più io. Più Vangelo entra nella mia vi­ta più io sono vivo. Nel cuore, nella mente, nel corpo. E si oppone alla pulsione di mor­te, alla distruttività che nutriamo dentro di noi con le nostre paure, madre della steri­lità. Infine interviene Filippo «Mostraci il Padre, e ci basta». È bello che gli Apostoli chieda­no, che vogliano capire, come noi. Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre. Guardi Gesù, guardi come vive, come ama, come accoglie, come muore e capisci Dio, e si dilata la vita.