La liturgia propone lo stesso Vangelo del giorno di
Natale, perché Natale si conquista lentamente. Lo stesso Vangelo, ma con una
differenza: mentre a Natale l’attenzione, e l’emozione, erano rivolte alla
discesa di Dio nella carne, nel tempo, nella notte, le letture oggi ci
suggeriscono il movimento inverso. Si apre per noi come uno sfondo di eternità,
uno sfondamento del tempo verso l’eterno. Ora è la carne che è assunta dalla
Parola, il sangue sale verso il cielo, l’uomo verso Dio. «E il Verbo si è
fatto carne». Dio ricomincia da Betlemme. Colui che aveva plasmato Adamo
con la polvere del suolo, diventa lui stesso argilla di piccolo vaso. Da allora
c’è un frammento di Logos in ogni carne, qualcosa di Dio in ogni uomo. C’è
santità, almeno incipiente, e luce in ogni vita. E nessuno potrà più dire: qui
finisce la terra, qui comincia il cielo, perché ormai terra e cielo si sono
abbracciati. Nessuno potrà dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché
creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel neonato, uomo e Dio
sono una cosa sola. Almeno a Betlemme. «A quanti l’hanno accolto ha dato
il potere di diventare figli di Dio» . Cristo nasce perché io nasca. Nasca
nuovo e diverso. La sua nascita vuole la mia nascita. Gesù non è venuto a
portare un elenco di verità, ma vita da vivere; non ci ha comunicato una teoria
religiosa, ma una forza di vita. «Ha dato il potere» , afferma Giovanni,
non la semplice opportunità o l’occasione di diventare figli di Dio, ma il
potere, la forza, l’energia, la vitalità per spalancare le porte, per varcare
le soglie. Il Verbo come forza in noi. In questa carne Cristo è, in questi
dubbi, in questi abbandoni, in questa fatica di credere, in questa gioia di
credere. È in noi per dirci: amo la tua solitudine, il tuo cercare, amo le tue
lacrime, anche la tua debolezza. Non c’è nulla della tua vita che mi lasci
indifferente. Tu mi interessi, con la storia del tuo cuore, con la storia della
tua casa. Voglio essere in te come luce e come sole, come strada e come pane,
come roccia e come nido. «A quanti l’hanno accolto» . Dio non si merita,
si accoglie. L’uomo diventa ciò che accoglie in sé, ciò che lo abita. Vita vera
è essere abitati da Dio. Ecco la profondità ultima del Natale: Dio nell’uomo.
«Se appena percepiamo qualcosa del significato oceanico di queste due termini,
Dio e uomo, intravediamo il dramma immenso del Natale».
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