domenica 9 settembre 2018

Camminiamo Insieme!

Prendo spunto dal titolo del Bollettino, che ritorna nelle nostre case dopo la pausa estiva, per indicare il senso della ripresa della vita parrocchiale : “Camminiamo Insieme!”.
Più che un titolo rappresenta un programma ed un auspicio.
Esso racchiude in sé alcuni riferimenti importanti per la vita della comunità parrocchiale:

Camminare …
Il primo è il senso del cammino, è l’invito a camminare, è la consapevolezza che l’esistenza, la fede, la vita della comunità cristiana sono un percorso, un cammino appunto, da compiere con disponibilità, con pazienza, con costanza, con perseveranza.
La bellezza del cammino che è la fede e che è la vita della comunità cristiana è proprio questa: che lo puoi riprendere in qualunque momento, che ti puoi rimettere in gioco anche dopo aver attraversato un periodo di “distanza” o di “fiacca” o di demotivazione.
Spesso mi capita che alcuni parrocchiani mi dicano: “vorrei riprendere …”; “mi piacerebbe poter fare qualcosa in più …”; “vorrei essere più presente …”.
Diamo concretezza a queste intenzioni o a questi desideri: rimettiamoci in cammino ritrovando il gusto di un percorso, quello della fede e quello nella comunità cristiana, che ci consenta di risollevarci da un appiattimento cui spesso la vita ci riduce.

Insieme …
L’altro riferimento, tipicamente ecclesiale, è “Insieme …”. Tipicamente ecclesiale: perché la chiesa – comunità dei credenti non è “un assembramento di individui”, ma una famiglia che cerca costantemente di maturare relazioni autentiche che portino davvero a condividere la fede e la ricchezza che ci portiamo nel cuore.
“Insieme …” è l’invito ad uscire dall’individualismo in cui spesso ci rinchiudiamo o in cui la vita con i suoi ritmi ci rinchiude.
“Insieme …” significa accorgersi dell’altro che, come me, sta compiendo il suo cammino, magari con fatica, magari con i miei stessi problemi, le mie stesse domande, i miei stessi desideri, e scoprire che non sono da solo e che così il cammino è meno faticoso.
“Insieme …” significa anche superare la tentazione di vivere la propria fede senza alcun riferimento alla comunità parrocchiale, magari frequentando pure la Messa domenicale, ma ben attenti a non lasciarsi scovare, a non lasciarsi incontrare, a non lasciarsi coinvolgere.
“Insieme …” significa credere ad una Presenza, quella di nostro Signore, che unisce e che è il vero punto di unione, capace di fare superare pregiudizi, limiti, antipatie, barriere di ogni genere per farci riconoscere nel vero centro che è Lui stesso.

Il rinnovo del Consiglio Pastorale
Un terzo riferimento che esplicita il senso del “camminare insieme …” è il rinnovo del Consiglio Pastorale Parrocchiale che vivremo nel prossimo autunno.
Il Consiglio Pastorale in una parrocchia ha proprio questo scopo: aiutare la comunità a camminare, e dunque a crescere secondo la parola del Vangelo, e a camminare insieme in un’ottica di comunione e di corresponsabilità.
Forse in quest’epoca siamo un po’ disaffezionati a questi organismi di partecipazione: in politica, nella scuola, in ambito sociale, volentieri deleghiamo pensando: “ci penseranno altri …” oppure: “io non ne voglio sapere niente …”. Non vorrei che questa sottile tentazione serpeggiasse anche nella comunità portandoci a conclusioni del tipo: “ci penseranno altri … ci saranno altre disponibilità …”.
Camminare insieme in comunione e corresponsabilità, invece, significa sentirsi parte della comunità, prendersela a cuore, sentirsi responsabili, ciascuno per la sua parte, metterci la faccia, dedicare un po’ del proprio tempo e delle proprie energie per il bene di tutti.

Un augurio e un auspicio per il nuovo Anno Pastorale
L’auspicio è che coloro che hanno tempo, disponibilità, competenze, anche piccole, non si tirino indietro ma offrano la loro presenza e le loro energie, superando qualche paura e resistenza, per il bene e la crescita della nostra amata parrocchia.
L’augurio per il nuovo anno pastorale che sta per avviarsi, allora, non può essere che questo: “Camminiamo insieme!”.

lunedì 26 marzo 2018

I segni della "nostra" Pasqua



In questi giorni, mentre mi accingevo a pensare e a stendere queste righe che potessero raggiungervi nelle vostre case in occasione della Pasqua, mi ha colpito un testo di don Primo Mazzolari, che scriveva: “I segni della Pasqua del Signore li possono vedere anche coloro che non credono: ma i segni della nostra Pasqua dove sono?”.
Cioè la Pasqua del Signore è per tutti, è offerta a tutti nei suoi frutti. I segni della Pasqua che si celebra nei sacri e ricchissimi riti della Settimana Santa sono sotto gli occhi di tutti: anche chi non crede, o dice di non credere; anche chi dice di credere, ma non è “praticante”, può cogliere i segni della Pasqua, può respirare l’aria di Pasqua, si accorge che è Pasqua. Ma i segni della “nostra” Pasqua, nostra di credenti? I segni della nostra personale partecipazione alla Pasqua di Gesù, i segni della nostra adesione alla sua croce e alla sua risurrezione, dove sono? Ci sono? Sono evidenti? Si possono riconoscere? Il testo di don Mazzolari prosegue così: “I non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore”.
Come cristiani – credenti abbiamo cioè la responsabilità di una profonda coerenza che renda ragione della Pasqua del Signore, ovvero che mostri nella nostra vita risorta, nel nostro cammino di peccatori perdonati e guariti dal Signore, nella testimonianza della carità, l’affidabilità della Pasqua di Gesù.
L’impegno missionario che, in maniera particolare il Vescovo ci ha richiamato nella sua Lettera Pastorale “Per il mondo …”, richiede da ciascuno di noi e da tutta la comunità di essere testimoni dell’efficacia della Pasqua di Gesù nei segni di una vita rinnovata, che il nostro autore esprime così: “Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente, ma dentro è pieno di marciume, non è un sepolcro glorioso. Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito, è fuori della Pasqua. Chi fa le sue opere per richiamare l’attenzione della gente, invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua. Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini per mancanza di misericordia, non sente la Pasqua. Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà, rinnega la Pasqua. Chi lava il piatto dall’esterno, mentre dentro è pieno di rapina e d’intemperanza, non fa posto alla Pasqua”.

L’augurio, allora, non può che essere così formulato: che ciascuno possa mostrare i segni della “sua” Pasqua; che tutti possiamo testimoniare i segni della “nostra” Pasqua, perché sia credibile la Pasqua di Gesù.

Auguri a tutti per una Pasqua Santa, nel Signore.


Il vostro parroco don Elia,

con don Roberto, don Marco e don Angelo




(le foto delle celebrazioni)

martedì 19 dicembre 2017

Un Natale "... per il mondo"

Celebriamo il Natale nell’anno pastorale in cui il vescovo ci invita alla missione, all’apertura al mondo, all’annuncio del vangelo con una vita coerente. 
“… Per il mondo”: così suona il titolo della lettera pastorale che il vescovo Maurizio ha inviato a tutte le comunità cristiane della diocesi.

Gesù, Figlio di Dio venuto nel mondo
Il Natale del Signore non è privo di riferimenti al tema, a partire dal “festeggiato”: Gesù Cristo è il Figlio di Dio che assume la nostra umanità entrando nel mondo per annunciare che il tempo è compiuto, che Dio è vicino, che la salvezza è operata, che questa è l’occasione della conversione, che tutte le genti sono parte di questo disegno di salvezza e di felicità, nessuno escluso.
Natale è Dio nel mondo e nella storia, è Dio nella nostra umanità più concreta e travagliata. 
La missione della chiesa e dei credenti ha senso solo a partire da questa certezza: che Dio in Gesù Cristo si è fatto carne, è entrato nel tempo e nella storia, ha condiviso in tutto e per tutto la nostra umanità, ha dato la sua vita per noi, per la nostra salvezza.

Gli angeli, primi annunciatori della gioia che è Cristo
Nei vangeli del Natale incontreremo anche quest’anno la figura degli angeli che, a Betlemme, nella notte che ha cambiato il corso della storia, annunciano ai pastori “una grande gioia …”.
L’identità degli angeli è questa: annunciatori. Il loro compito è questo: annunciare.
Ci riconosciamo anche noi come destinatari di questa gioia che è il Dio con noi e al tempo stesso riconosciamo che nella nostra vita, nella storia della nostra fede ci sono stati “angeli” che ci hanno annunciato la gioia del Signore e ci hanno condotti verso Betlemme, verso il Dio bambino.

I “verbi” dei pastori
Se ci risulta difficile identificarci nella figura degli angeli come annunciatori di lieti eventi, ci riuscirà più semplice riconoscerci nella figura dei pastori: persone umili, ordinarie, quotidiane … Al tempo di Gesù, forse, persone poco raccomandabili o che, comunque, non godevano certo la stima della gente “per bene”. Il Signore ripone la sua fiducia nei pastori, primi destinatari dell’annuncio della nascita del Messia da parte degli angeli, ma anche, essi stessi, i primi “annunciatori”. 
Di essi si dice che “andarono, senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino”. 
E’ necessario smuoversi, alzarsi, e mettersi in cammino per incontrare il Signore. La fede è un cammino, è decisione che chiede di superare stanchezze, paure, incertezze: “Senza indugio!”.
E quindi si aggiunge che “riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”: non si dice che partirono per qualche paese lontano come missionari. I pastori tornarono alla loro quotidianità “raccontando”: se la fede è incontro con il Signore, se la fede è esperienza del Signore Gesù e relazione forte con lui, allora la posso narrare, raccontare.
Incontrare e narrare
Il Natale è la storia di questo incontro tra Dio e l’uomo di ogni tempo, di ogni luogo. E’ la storia di un incontro per cui possiamo dire: egli è qui, è qui come il primo giorno; è qui, nelle pieghe della mia vita ordinaria, complessa, tribolata, ma anche ricca di opportunità, di doni, di gioie quotidiane.
Il nostro mondo, la nostra storia, il nostro quartiere, la nostra casa, ma anche il nostro cuore, hanno bisogno di questo annuncio: non un annuncio “asettico” o “dogmatico” o “intellettualistico”, ma il racconto di una esperienza, di un incontro, che mi ha scaldato il cuore, che me lo ha cambiato.

Auguri!
Vi auguriamo e ci auguriamo che il Natale possa essere celebrato così: un incontro vero con Gesù ma anche un incontro autentico tra di noi, al di là delle vuote formalità che rischiano di lasciare l’amaro in bocca. Un incontro vero, un’esperienza vissuta, da raccontare “… per il mondo”.

domenica 19 novembre 2017

Il Vangelo della Domenica - 19 novembre 2017

La parabola dei talenti è una lieta notizia contro la paura, che stravolge il rapporto con Dio e rende sterile la vita. L'ultimo servo non ha capito che, affidandogli il talento, il padrone vuole fare di lui un amico; che quel talento è un dono di comunione, un atto di fiducia. Su tutto invece incombe la paura del castigo, e il dono da opportunità si trasforma in incubo. Il servo ha paura di Dio! Ne ha un'immagine orribile: sei duro... tu mieti dove non hai seminato... Errore fatale: si sbaglia su Dio e quindi sbaglia la vita; diviene, invece che amico, schiavo inerte, Adamo senza più giardino. Perché solo quando ti senti amato dai il meglio di te stesso, e mai la paura ti libera dal male. Dio invece sorprende i servi. Non vuole indietro i talenti affidati, raddoppia la posta, la moltiplica: sei stato fedele nel poco ti darò autorità su molto. Non di una restituzione si tratta, ma di un rilancio. Noi non esistiamo per restituire a Dio i suoi doni. […] La parabola dei talenti è il poema della creatività. E senza voli retorici. Nessuno dei tre servi crede di dover salvare il mondo. Tutto invece odora di casa, di vite e di olivi, o, come nella prima lettura, di lana, di fusi, di lavoro e di attesa: fedele nel poco. Il mondo e la vita ci sono affidati come un dono che deve crescere, un giardino incompiuto che deve fiorire. Una spirale di vita crescente è legge alla creazione. Pena il non senso della vita. Dopo la lunga assenza di Dio, la sua lunga fiducia in noi, il giudizio non sarà sulla quantità del guadagno, ma sulla qualità del servizio; non sul numero, ma sulla verità dei frutti. Non esiste una tirannia della quantità nel Regno dei cieli: fedele nel poco. Quel giorno, dice un racconto chassidico, non mi sarà chiesto perché non sono stato come Mosè o Elia o uno dei profeti. Ma solo perché non sono stato me stesso. Devo camminare con fedeltà a me stesso, emozionato e disciplinato servo della vita, vero della verità tracciata in me da Dio. Nessuno è senza talenti. È legge della creazione. E vado avvolto da doni di Dio. Ogni creatura che incontro è un talento, da custodire e lavorare per fare ricca la mia e l'altrui vita. Ognuno è talento di Dio per gli altri. «Come talento io ho ricevuto te». Lo può dire la sposa allo sposo, il figlio al padre, l'amico all'amico: sei tu il mio talento! Poterlo dire a qualcuno, poterlo dire a molti, per entrare così con passo creatore nella liturgia della vita.

martedì 7 novembre 2017

L'Assemblea parrocchiale del 19 novembre


Il Vangelo della Domenica - 5 novembre 2017

Il Vangelo di questa domenica brucia le labbra di tutti coloro “che dicono e non fanno”, magari credenti, ma non credibili. Esame duro quello della Parola di Dio, e che coinvolge tutti: infatti nessuno può dirsi esente dall'incoerenza tra il dire e il fare. Che il Vangelo sia un progetto troppo esigente, perfino inarrivabile? Che si tratti di un'utopia, di inviti “impossibili”, come ad esempio: «Siate perfetti come il Padre» (Mt 5,48)? […] Gesù non si scaglia mai contro la debolezza dei piccoli, ma contro l'ipocrisia dei pii e dei potenti, quelli che redigono leggi sempre più severe per gli altri, mentre loro non le toccano neppure con un dito. Anzi, più sono inflessibili e rigidi con gli altri, più si sentono fedeli e giusti: «Diffida dell'uomo rigido, è un traditore» (W. Shakespeare). Gesù non rimprovera la fatica di chi non riesce a vivere in pienezza il sogno evangelico, ma l'ipocrisia di chi neppure si avvia verso l'ideale, di chi neppure comincia un cammino, e tuttavia vuole apparire giusto. Non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati; non per essere perfetti ma per iniziare percorsi. Se l'ipocrisia è il primo peccato, il secondo è la vanità: «tutto fanno per essere ammirati dalla gente», vivono per l'immagine, recitano. E il terzo errore è l'amore del potere. A questo oppone la sua rivoluzione: «non chiamate nessuno “maestro” o “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre, quello del cielo, e voi siete tutti fratelli». Ed è già un primo scossone inferto alle nostre relazioni asimmetriche. Ma la rivoluzione di Gesù non si ferma qui, a un modello di uguaglianza sociale, prosegue con un secondo capovolgimento: il più grande tra voi sia vostro servo. Servo è la più sorprendente definizione che Gesù ha dato di se stesso: Io sono in mezzo a voi come colui che serve. Servire vuol dire vivere «a partire da me, ma non per me», secondo la bella espressione di Martin Buber. Ci sono nella vita tre verbi mortiferi, maledetti: avere, salire, comandare. Ad essi Gesù oppone tre verbi benedetti: dare, scendere, servire. Se fai così sei felice.

lunedì 30 ottobre 2017

Il Vangelo della Domenica - 29 ottobre 2017

Qual è il grande comandamento?
Gesù risponde indicando qualcosa che sta al centro dell'uomo: tu amerai. Lui sa che la creatura ha bisogno di molto amore per vivere bene. E offre il suo Vangelo come via per la pienezza e la felicità di questa vita.
Amerai Dio con tutto, con tutto, con tutto. Per tre volte Gesù ripete che l'unica misura dell'amore è amare senza misura. Ama Dio con tutto il cuore: totalità non significa esclusività. Ama Dio senza mezze misure, e vedrai che resta del cuore, anzi cresce, per amare i tuoi familiari, gli amici, te stesso. Dio non è geloso, non ruba il cuore: lo moltiplica.
Ama con tutta la mente. L'amore rende intelligenti, fa capire prima, andare più a fondo e più lontano. Ama con tutte le forze. L'amore rende forti, capaci di affrontare qualsiasi ostacolo e fatica.
Da dove cominciare? Dal lasciarsi amare da Lui, che entra, dilata, allarga le pareti di questo piccolo vaso che sono io. Noi siamo degli amati che diventano amanti. Domandano a Gesù qual è il comandamento grande e Lui invece di un comandamento ne elenca due: amerai Dio, amerai il prossimo. Gesù non aggiunge nulla di nuovo: il primo e il secondo comandamento sono già scritti nella Bibbia. Eppure dirà che il suo è un comando nuovo. Dove sta la novità? Sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, l'unico comandamento. E dice: il secondo è simile al primo. Amerai l'uomo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio. Questa è la rivoluzione di Gesù: il prossimo ha volto e voce e cuore simili a Dio. Il volto dell'altro è da leggere come un libro sacro, la sua parola da ascoltare come parola santa, il suo grido da fare tuo come fosse parola di Dio. Amerai il tuo prossimo come ami te stesso. È quasi un terzo comandamento sempre dimenticato: «ama te stesso», perché sei come un prodigio, porti l'impronta della mano di Dio. Se non ami te stesso, non sarai capace di amare nessuno, saprai solo prendere e possedere, fuggire o violare, senza gioia né gratitudine. Se per te desideri pace e perdono, questo tu offrirai all'altro. Se per te desideri giustizia e rispetto, tu per primo li darai.

domenica 22 ottobre 2017

Il Vangelo della Domenica - 22 ottobre 2017

È lecito o no pagare il tributo a Roma? Fai gli interessi degli invasori o quelli della tua gente? Con qualsiasi risposta, Gesù avrebbe rischiato la vita, o per la spada dei Romani o per il pugnale degli Zeloti. Gesù non cade nella trappola: ipocriti, li chiama, cioè attori, commedianti, la vostra vita è una recita per essere visti dalla gente. Mostratemi la moneta del tributo. Siamo a Gerusalemme, nell'area sacra del tempio dove non doveva entrare nessuna effigie umana, neppure sulle monete. Per questo c'erano i cambiavalute all'ingresso. I farisei, i devoti, con la loro religiosità ostentata, tengono invece con sé, nel luogo più sacro al Signore, la moneta pagana proibita, il denaro dell'imperatore Tiberio, e così sono loro a mettersi contro la legge e a confessare qual è in realtà il loro Dio: il loro idolo è mammona. Seguono la legge del denaro, e non quella della Torà. È lecito pagare? avevano chiesto. Gesù risponde cambiando il verbo, da pagare e rendere: Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Cesare non è solo lo Stato con le sue istituzioni e le sue facce note, ma l'intera società nelle cui relazioni tutti ci umanizziamo. «Avete avuto, restituite», voi usate dello Stato che vi garantisce strade, sicurezza, mercati. Come non applicare questa chiarezza semplice di Gesù ai nostri giorni di faticose riflessioni su crisi economica, manovre, tasse, elusione fiscale; come non sentirla rivolta anche ai farisei di oggi per i quali evadere le tasse è un vanto? 
Gesù completa la risposta con un secondo dittico: Restituite a Dio quello che è di Dio. Siamo immersi nella gratuità: di Dio è la terra e quanto contiene; l'uomo e la donna sono dono che proviene da oltre, cosa di Dio. Restituiscili a Lui onorandoli, prendendotene cura come di un tesoro. 
Ogni donna e ogni uomo sono talenti d'oro offerti a te per il tuo bene, sono nel mondo le vere monete d'oro che portano incisa l'immagine e l'iscrizione di Dio. A Cesare le cose, a Dio la persona, con tutto il suo cuore, la sua bellezza, la sua luce, e la memoria viva di Dio. 
A ciascuno di noi Gesù ricorda: resta libero da ogni impero, ribelle ad ogni tentazione di venderti o di lasciarti possedere. Ripeti al potere: io non ti appartengo. Ad ogni potere umano Gesù ricorda: Non appropriarti dell'uomo. Non violarlo, non umiliarlo, non manipolarlo: è cosa di Dio, mistero e prodigio che ha il Creatore nel sangue e nel respiro.

domenica 8 ottobre 2017

Tutti i colori della Sagra

Non c'era il tradizionale luna park (per problemi tecnici): tantissimi parrocchiani hanno però affollato l'oratorio per il consueto appuntamento con le iniziative per festeggiare la Sagra del quartiere.
Qui trovi qualche foto.


I Giochi senza Quartiere 2017

Seconda edizione dei Giochi: un grande successo! 10 squadre si sono sfidate per la conquista dell'alloro. Guarda qui qualche foto dei Giochi.

domenica 10 settembre 2017

In quattrocento alla 24a StraOratorio

Le pessime previsioni del tempo non hanno scoraggiato i 400 partecipanti alla StraOratorio! Qui puoi vedere alcune foto della corsa non competitiva.



domenica 3 settembre 2017

La 24a StraOratorio del 10 settembre per la solidarietà


Corri anche tu per aiutare le popolazioni del Centro Italia!
La 24° StraOratorio quest’anno si corre all’insegna della solidarietà. Grazie ad uno sponsor (la Palestra “Michelangelo” di via Lodivecchio) che ci ha offerto le magliette, possiamo infatti caratterizzare la StraOratorio con questo obiettivo: aiutare le popolazioni del Centro Italia, ad un anno dal terremoto, ed ancora in gravi difficoltà. 
E’ una opportunità preziosa per la parrocchia ed il quartiere: una festa di ragazzi, giovani, famiglie, adulti, anziani…
Vorremmo che la presenza fosse davvero massiccia a dire la nostra partecipazione, la nostra adesione, la nostra solidarietà fattiva.
Concretamente ci si potrà iscrivere in Oratorio dal 1° settembre, oppure sabato 2 e domenica 3 settembre e ancora sabato 9 e domenica 10 settembre, agli appositi stand:

  • agli adulti chiediamo una offerta minima di 5 euro;
  • ai ragazzi fino a 14 anni (terza media frequentata) chiediamo un’offerta minima di 1 euro.
Questa modalità può incentivare le famiglie ad essere tutte presenti, anche con i più piccoli, senza troppe difficoltà.

IL PROGRAMMA
La StraOratorio si terrà domenica 10 settembre. L’appuntamento nel cortile dell’Oratorio alle ore 9.30 per la celebrazione dell’Eucarestia, quindi tutti al nastro di partenza.
Il percorso è quello ormai conosciuto: partenza da via San Fereolo (davanti alla chiesa), via S. Fereolo, via Precacesa, via Folli, via Mancini, via Bay, via M. Lutero, via del Chiosino, via S. Fereolo, via G. Marchi, via Tavazzi-Catenago, via Tortini, via L. da Vinci, attraversamento viale Pavia, via Raffaello, via Bramante, cortile dell’Oratorio.
Il percorso è da effettuarsi 1 volta per i 3 km e 2 volte per i 6 km.

All’inizio di un nuovo anno pastorale

Questa lunga, calda estate, sta terminando e mentre si riprendono i ritmi quotidiani e lavorativi ci apprestiamo a ripartire anche con un nuovo anno pastorale.
Che cosa lo contraddistingue? 
Anzitutto il ritmo dell’anno liturgico e dunque la celebrazione del mistero di Cristo in tutti i passaggi della sua vita. Può sembrarci una ripetizione sterile, in realtà è una preziosa opportunità per approfondire sempre più e per interiorizzare sempre meglio il mistero di Cristo che non si esaurisce mai. Da questo punto di vista il ritmo settimanale – domenicale è una ricchezza che dobbiamo custodire, valorizzare, apprezzare, nella celebrazione comunitaria dell’Eucarestia.
Un anno pastorale si contraddistingue poi dal riferimento imprescindibile alla comunità cristiana che trova la sua esplicitazione più evidente nella parrocchia: ciò significa senso di appartenenza, sentirsi parte e dunque esserci fisicamente, affettivamente, spiritualmente con la volontà di mettersi in gioco, di creare legami di comunione, di mettersi al servizio per il bene di tutti.
Ancora, un anno pastorale si contraddistingue da una serie di proposte formative – spirituali per la crescita personale e comunitaria: catechesi, momenti formativi, ritiri spirituali, proposte di preghiera …
A ciascuno la sapienza e la responsabilità di valutare e discernere le occasioni propizie per il proprio cammino di fede.
Un altro elemento prezioso e irrinunciabile per il cammino di un anno pastorale è il riferimento alla Parola. Quest’anno sarà il Vangelo di Marco ad accompagnarci: la Scuola di Bibbia, i Gruppi di Ascolto del Vangelo, la lettura integrale del Vangelo di Marco, i ritiri e gli Esercizi Spirituali saranno occasioni preziose per approfondire la parola evangelica e renderla significativa per la vita.
Un anno pastorale si distingue anche dall’esercizio della carità, che non conosce e non può conoscere sosta perché “i poveri li avrete sempre con voi”, come ci ricorda il Vangelo di Gesù: i poveri ci interpellano, credenti e comunità cristiana, costantemente, come la carne piagata di Cristo (immagine cara al nostro papa Francesco).
Un anno pastorale si qualifica anche per il riferimento ad un tema proposto dal Vescovo per tutta la diocesi, che fa da filo conduttore per il cammino. Quest’anno il tema sarà la missione, l’apertura missionaria: “Per il mondo …” è il titolo scelto dal vescovo per l’itinerario di quest’anno. Siamo più che mai consapevoli, e vogliamo crescere ancor più nella consapevolezza, che è necessario aprirsi, uscire, incontrare, dialogare … 
La nostra parrocchia, “periferia” in tutti i sensi, geografico ed esistenziale, ha tanto bisogno, più che di programmi pastorali stesi a tavolino che pure sono necessari, di incontri personali, di relazioni autentiche, il bisogno di sentire la vicinanza della Chiesa fatta di volti e di gesti concreti, umani, affettivi, che sappiano accompagnare e sostenere situazioni spesso drammatiche, così da restituire speranza al cuore delle persone.
Un anno pastorale è fatto anche di occasioni di incontro e di festa che possano aiutare tutti a ritrovare il senso del tempo e della qualità della vita con il richiamo costante alla sua dimensione religiosa. Ne ricordo alcune, le prossime, che troverete descritte nei dettagli nelle pagine del Bollettino, perché possano fin da ora trovare la vostra adesione:
  • domenica 10 settembre: 24° StraOratorio per la Solidarietà e Processione di Maria Bambina
  • domenica 24 settembre: Apertura dell’Anno Pastorale e Catechistico
  • domenica 1 ottobre: Festa degli Anniversari di Matrimonio
  • domenica 8 ottobre: La Sagra di San Fereolo 
  • domenica 26 novembre: Pomeriggio di fraternità e solidarietà e assemblea parrocchiale
Nell’attesa di potervi incontrare e ritrovare tutti, personalmente, non mi resta che augurarvi: Buona ripresa! Buon anno pastorale!

Il Vangelo della Domenica - 30 luglio 2017

Tesoro: parola rara, parola da innamorati, da avventure grandi, da favole. Oggi, parola di Vangelo e nome di Dio.
Un contadino e un mercante trovano tesori. Lo trova uno che, per caso, tra rovi e sassi, su un campo non suo, è folgorato dalla sorpresa; lo trova uno che è intenditore appassionato e sa bene quello che cerca: Dio non sopporta statistiche, è possibile a tutti incontrare o essere incontrati. Trovato il tesoro, l'uomo pieno di gioia va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. La gioia è il primo tesoro che il tesoro regala. Dio ci seduce ancora perché parla il linguaggio della gioia, che muove, mette fretta, fa decidere: «ogni uomo segue quella strada dove il suo cuore gli dice che troverà la felicità». La gioia è un sintomo, è il segno che stai camminando bene, sulla strada giusta. Noi avanziamo nella vita non a colpi di volontà, ma per una passione, per scoperta di tesori ( dov'è il tuo tesoro, là corre felice il tuo cuore); avanziamo per innamoramenti e per la gioia che accendono. Vive chi avanza verso ciò che ama. […] Ma il dono deve essere accolto, alla scoperta deve rispondere l'impegno: il contadino e il mercante vendono tutto, ma per guadagnare tutto. Lasciano molto, ma per avere tutto. Non perdono niente, lo investono. Così sono i cristiani, non più buoni degli altri, ma più ricchi: hanno un tesoro di speranza, di luce, di cielo, di cuore, di Dio. Tesoro e perla è Cristo per me, averlo seguito è stato l'affare migliore della mia vita. Mi sento contadino fortunato, mercante ricco. Non è un vanto, ma una responsabilità! E dico grazie a Colui che mi ha fatto inciampare in un tesoro, anzi in molti tesori, lungo molte strade, in molti giorni della mia vita, facendola diventare come «una finestra di cielo» (Antonia Pozzi), una vita intensa, vibrante, appassionata, gioiosa, pacificata, e spero anche, almeno un po', buona e non inutile. Tesoro e perla sono nomi di Dio. Con la loro carica di affetto e di gioia, con la travolgente energia, con il futuro che aprono, si rivolgono a me, un po' contadino e un po' mercante, e mi domandano: ma Dio per te è un tesoro o soltanto un dovere? È una perla o un obbligo?
È tesoro, perché il Vangelo non è mortificazione, ma dilatazione di vita; il cristianesimo non è sacrificio e rinuncia, ma offerta di solarità che fa rifiorire instancabilmente la rosa del mondo, la rosa del vivere.

Il Vangelo della Domenica - 23 luglio 2017

Conquistare anche noi lo sguardo di Dio, che non si posa mai per prima cosa sul male o sul peccato di una persona, ma privilegia il bene. Quel campo seminato di buon seme e assediato dalle erbacce è il nostro cuore. I servi dicono: Andiamo e sradichiamo la zizzania. Il padrone del campo li blocca: No, rischiate di strapparmi anche il buon grano! L'uomo violento che è in noi dice: strappa subito da te tutto ciò che è immaturo, sbagliato, puerile, cattivo. Invece il Signore dice: abbi pazienza, non agire con violenza, perché il tuo spirito è capace di grandi cose solo se ha grandi valori. Quanti difetti sono riuscito a sradicare in tutti questi anni? Neppure uno. La via è un'altra: mettersi sulla strada di come agisce Dio. Per vincere la notte accende il mattino, per far fiorire la steppa sterile semina milioni di semi, per sollevare la pasta immobile immette un pizzico di lievito. Questa è l'attività solare, positiva, vitale da esercitare verso noi stessi: non preoccupiamoci prima di tutto della zizzania, delle debolezze, dei difetti, nessuno è senza zizzania nel cuore; ma preoccupiamoci di coltivare una venerazione profonda per tutte le forze che Dio ci consegna, forze di bontà, di generosità, di bellezza, di libertà. […] Noi dobbiamo conquistare lo sguardo di Dio: una spiga di buon grano conta più di tutta la zizzania del campo, il bene conta più del male; la luce è sempre più forte del buio. Addirittura la spiga futura, il bene possibile domani è più importante del peccato di ieri. Il male di una vita non revoca il bene compiuto, non lo annulla, è invece il bene che revoca il male. La nostra strategia è coprire il male di bene, soffocarlo di bontà, di generosità, di coraggio, di canto, di luce. Ed è il bene, quel pezzetto di Dio in noi, che dice la verità di una persona. Il peccato non è rivelatore, mai: nessun uomo, nessuna donna coincidono con il loro sbaglio o con la zizzania che hanno in cuore. Tu non sei le tue debolezze, ma le tue maturazioni. Tu non sei creato a immagine del nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno. […] Tu pensa al buon grano, ama i tuoi germi di vita, custodisci ogni germoglio, sii indulgente con tutte le creature, e anche con te. E tutto il tuo essere fiorirà nella luce.

martedì 4 luglio 2017

Il Vangelo della Domenica - 18 giugno 2017

Una parola scorre sotto tutte le parole di Gesù, come una corrente sotterranea, una nervatura delle pagine: «vita». Che hai a che fare con me, o carne e san­gue di Cristo? La risposta è una pre­tesa perfino eccessiva, perfino sconcertante: io faccio vivere! In­calzante certezza da parte di Gesù di possedere qualcosa che inverte il corso della vita, orientandola non più alla morte ma all'eternità. La sorpresa è che Gesù non dice: «Prendete di me la mia sapienza». Non dice: «Bevete la mia innocen­za, mangiate la santità, la divinità, il sublime che è in me, la giustizia assoluta, la potenza illimitata». Di­ce invece: «Prendete la fragilità, la debolezza, la precarietà, il dolore, l'intensità di questa mia vita». Il mio Dio è così, conosce i senti­menti, sa la paura e il desiderio, ha pianto, ha gridato i suoi perché al cielo, è stato rifiutato dalla terra. Per questa sua fragilità è il Dio per l'uomo, con il suo dolore è il Dio per la vita mia fatta di germogli a­mari. Quasi un Dio minore, ma è solo così che diventa il «mio» Dio. Non si può giungere alla divinità di Cristo se non passando per la sua umanità, carne e sangue, corpo in cui è detto il cuore, mani che im­pastano polvere e saliva sugli oc­chi del cieco, lacrime per l'amico, passioni e abbracci, i piedi intrisi di nardo, la casa che si riempie di pro­fumo e di amicizia, e la croce di sangue. I verbi ripetuti quasi in una incan­tatoria monotonia – mangiare, be­re – sono innanzitutto il linguaggio della liturgia del vivere, di una Eu­caristia esistenziale, della comu­nione totale con Cristo. «Nella co­munione il cuore assorbe il Signo­re e il Signore assorbe il cuore, co­sì i due diventano una cosa sola» (Giovanni Crisostomo). E tu sei fat­to vangelo. E se sei fatto vangelo senti la certezza che l'amore è più vero dell'egoismo, la pietà più u­mana del potere, il dono più divi­no dell'accumulo. Io mangio e bevo il mio Signore, quando assimilo il nocciolo vivo e appassionato della esistenza di Ge­sù e mi innesto sul suo tronco che è il suo modo di vivere. Chi fa pro­prio il segreto di Cristo, costui tro­va il segreto della vita. A questo mi conduce l'Eucaristia domenicale, dove il sublime confina con il quo­tidiano, l'infinito con il perimetro fragile del pane e del vino, là Dio è vicino a me che temo la solitudine e il dolore. Se solo lo accolgo, tro­vo il segreto della vita.

mercoledì 14 giugno 2017

Il Vangelo della Domenica - 11 giugno 2017

Un solo Dio in tre persone: Dio non è in se stesso solitudine ma comunione, l'oceano della sua essenza vibra di un infinito movi­mento d'amore, reciprocità, scambio, in­contro, famiglia, festa. Quando nell'«in principio» Dio di­ce: «Facciamo l'uomo a nostra im­magine e somiglianza», l'immagi­ne di cui parla non è quella del Creatore, non quella dello Spirito, né quel­la del Verbo eterno di Dio, ma è tutte queste cose insieme. L'uomo è creato a immagine della Trinità. E la relazione è il cuore dell'es­senza di Dio e dell'uomo. Ecco perché la solitudine mi pesa e mi fa paura, perché è contro la mia natura. Ecco perché quando amo o trovo amicizia sto co­sì bene, perché è secondo la mia vocazio­ne. In principio a tutto sta un legame d'a­more, che il Vangelo annuncia: «Dio ha tan­to amato il mondo da dare il suo Figlio». Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte: il verbo dare. Amare equivale a dare, il ver­bo delle mani che offrono. «Dio ha tanto amato», centro del Vangelo di Giovanni, che ha la definizione più folgo­rante di Dio: Dio è amore; che vuole portar­ci a confessare: noi abbiamo creduto all'a­more che Dio ha per noi! Se mi domandano: tu cristiano a che cosa credi? La risposta spontanea è: credo in Dio Padre, in Gesù crocifisso e risorto, la Chie­sa... Giovanni indica una risposta diversa: il cristiano crede all'amore. Noi abbiamo creduto all'amore: ogni uomo, ogni donna, anche il non credente può cre­dere all'amore. Può fidarsi e affidarsi all'a­more come sapienza del vivere. Se non c'è amore, nessuna cattedra può dire Dio, nes­sun pulpito. È lo stesso amore interno alla Trinità che da lì si espande, ci raggiunge, ci abbraccia e poi dilaga. Come legame delle vite. Dio ha tanto amato il mondo. Non solo l'uo­mo, è il mondo che è amato, la terra e gli a­nimali e le piante e la creazione intera. E se Lui ha amato, anch'io devo amare questa terra, i suoi spazi, i suoi figli, il suo verde, i suoi fiori, la sua bellezza. Terra amata. La festa della Trinità è specchio del mio cuo­re profondo e del senso ultimo dell'univer­so. Incamminato verso un Padre che è la fon­te della vita, verso un Figlio che mi inna­mora, verso uno Spirito che accende di co­munione le mie solitudini, io mi sento pic­colo e tuttavia abbracciato dal mistero. Pic­colo ma abbracciato, come un bambino.

Il Vangelo della Domenica - 4 giugno 2017 - Pentecoste

Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei... Ac­cade sempre così quando agisci seguendo le tue paure: la vita si chiude. La paura è la paralisi della vita. I discepoli han­no paura anche di se stessi, di come lo han­no rinnegato. E tuttavia Gesù viene. È una comunità dalle porte e finestre sbarrate, dove manca l'aria e si respira dolore, una comunità che si sta ammalando. E tutta­via Gesù viene. Viene in mezzo ai suoi, prende contatto con le loro paure, con i loro limiti, senza temerli. Sa gestire la nostra imperfezione. Mostrò loro le mani e il fianco. E i discepo­li gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». L'abbandonato ritorna e sceglie proprio coloro che lo avevano abbandonato e li manda. Lui avvia processi di vita, non ac­cuse; gestisce la fragilità e la fatica dei suoi con un metodo umanissimo: quello del primo passo. Gestire l'imperfezione significa questo: av­viare processi di vita e cercare di ottenere il miglior risultato possibile ogni giorno. Molti ti sbandierano in faccia la loro idea di perfezione. Sono i più, convinti inoltre di esprimere la vera sapienza, ma con lo­ro le cose non cambiano mai, i perfetti il più delle volte sono immobili. Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. Soffiò... Lo Spirito è il respi­ro di Dio. In quella stanza chiusa, in quel­la situazione che era senza respiro, asfitti­ca, ora respira ora il respiro di Cristo, quel principio vitale e luminoso, quella inten­sità che lo faceva diverso, che faceva uni­co il suo modo di amare e spalancava o­rizzonti.
A coloro cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro cui non perdonerete non saranno perdonati. Il perdono dei peccati non è una missione riservata ai preti, è un impegno affidato a tutti i credenti che han­no ricevuto lo Spirito, donne e uomini, pic­coli e grandi. Il perdono non è un senti­mento, ma una decisione: «piantate attor­no a voi oasi di riconciliazione, aprite por­te, riaccendete calore, riannodate fiducia nelle persone, inventate sistemi di pace». E quando le oasi si saranno moltiplicate conquisteranno il deserto.

Il Vangelo della Domenica - 21 maggio 2017

Se mi amate osserverete i miei co­mandamenti. Tutto comincia con una parola carica di delicatezza e di rispetto: se mi amate... "Se": un punto di partenza così umile, così libero, così fidu­cioso. Non si tratta di una ingiunzione (do­vete osservare) ma di una constatazione: se amate, entrerete in un mondo nuovo. Osserverete i comandamenti "miei", dice. E miei non tanto perché prescritti da me, ma perché riassumono me e tutta la mia vita. Se mi amate, vivrete come me! Se ami Cristo, lui ti abita i pensieri, le azioni, le pa­role e li cambia. E tu cominci a prendere quel suo sapore di libertà, di pace, di perdono, di tavole im­bandite e di piccoli abbracciati, di relazio­ni buone, la bellezza del suo vivere. Co­minci a vivere la sua vita buona, bella e beata. Ama e fa quello che vuoi (sant'Ago­stino). Se ami, non potrai ferire, tradire, derubare, violare, deridere. Se ami, non potrai che soccorrere, accogliere, benedi­re. E questo per una legge interiore ben più esigente di qualsiasi legge esterna. A­ma e poi va' dove ti porta il cuore. In una specie di commovente, suadente monotonia Gesù per sette volte nel bra­no ripete: voi in me, io in voi, sarò con voi, verrò da voi. Attraverso una parola di due sole lettere "in" racconta il suo sogno di comunione. Io nel Padre, voi in me, io in voi: dentro, immersi, uniti, intimi. Gesù che cerca spa­zi, spazi nel cuore. Io sono tralcio unito al­la madre vite, goccia nella sorgente, raggio nel sole, scintilla nel grande braciere del­la vita, respiro nel suo vento. Non vi lascerò orfani. Non lo siete ora e non lo sarete mai: mai orfani, mai ab­bandonati, mai separati. La presenza di Cristo non è da conquistare, non è da rag­giungere, non è lontana. È già data, è den­tro, è indissolubile, fontana che non verrà mai meno. […] Noi siamo già in Dio, come un bimbo nel grembo di sua madre. E se non può ve­derla, ha però mille segni della sua pre­senza, che lo avvolge, la scalda, lo nutre, lo culla. E infine l'obiettivo di Gesù: Io vivo e voi vi­vrete: far vivere è la vocazione di Dio, la mania di Gesù, il suo lavoro è quello di es­sere nella vita datore di vita. È molto bel­lo sapere che la prova ultima della bontà della fede sta nella sua capacità di tra­smettere e custodire umanità, vita, pie­nezza di vita. E poi, di farci sconfinare in Dio.

Il Vangelo della Domenica - 14 maggio 2017

Non sia turbato il vostro cuore, ab­biate fiducia. L'invito del Maestro ad assumere questi due atteggia­menti vitali a fondamento del nostro rap­porto di fede: un «no» gridato alla paura e un «sì» consegnato alla fiducia. Due atteg­giamenti del cuore che sono alla base an­che di qualsiasi rapporto fecondo, armonioso, esatto con ogni forma di vita. Ad o­gni mattino, ad ogni risveglio, un angelo ri­pete a ciascuno le due parole: non avere paura, abbi fiducia. Noi tutti ci umanizzia­mo per relazioni di fiducia, a partire dai no­stri genitori; diventiamo adulti perché co­struiamo un mondo di rapporti umani e­dificati non sulla paura ma sulla fiducia. La fede religiosa (atto umanissimo, vitale, che tende alla vita) poggia sull'atto umano del credere, e se oggi è in crisi, ciò è accaduto perché è entrato in crisi l'atto umano dell'aver fiducia negli altri, nel mondo, nel fu­turo, nelle istituzioni, nell'amore. In un mondo di fiducia rinnovata, anche la fede in Dio troverà respiro nuovo. Io sono la via la verità e la vita. Tre parole immense. Che nessuna spiegazione può e­saurire. Io sono la via: la strada per arriva­re a casa, a Dio, al cuore, agli altri; una via davanti alla quale non si erge un muro o u­no sbarramento, ma orizzonti aperti. Sono la strada che non si smarrisce, ma va' verso la storia più ambiziosa del mondo, il so­gno più grandioso mai sognato, la conqui­sta - per tutti - di amore e libertà, di bellez­za e di comunione: con Dio, con il cosmo, con l'uomo. Io sono la verità: non in una dottrina, né in un libro, né in una legge migliori delle al­tre, ma in un «io» sta la verità, in Gesù, ve­nuto a mostrarci il vero volto dell'uomo e il volto d'amore del Padre. […] Parole enormi, davanti alle quali pro­vo vertigine. La mia vita si spiega con la vi­ta di Dio. Nella mia esistenza più Dio equi­vale a più io. Più Vangelo entra nella mia vi­ta più io sono vivo. Nel cuore, nella mente, nel corpo. E si oppone alla pulsione di mor­te, alla distruttività che nutriamo dentro di noi con le nostre paure, madre della steri­lità. Infine interviene Filippo «Mostraci il Padre, e ci basta». È bello che gli Apostoli chieda­no, che vogliano capire, come noi. Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre. Guardi Gesù, guardi come vive, come ama, come accoglie, come muore e capisci Dio, e si dilata la vita.

domenica 7 maggio 2017

Il Vangelo della Domenica - 7 maggio 2017

Il buon pastore chiama le sue pecore, cia­scuna per nome. Io sono un chiamato, con il mio nome unico pronunciato da lui come nessun altro sa fare, con il mio no­me al sicuro nella sua bocca, tutta la mia per­sona al sicuro con lui. E le conduce fuori. E cammina davanti ad esse. Non un pasto­re di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade, è davanti e non al­le spalle. Non pastore che rimprovera e ammonisce per farsi seguire, ma uno che precede e seduce con il suo andare, che af­fascina con il suo esempio: pastore di fu­turo. E troveranno pascolo: Gesù promette a chi va con lui un di più di vita, un centuplo di fratelli e case e campi. Promette di far fiorire la vita.Io sono la porta. Cristo è soglia spalancata che immette nella terra dell'amore leale, più forte della morte ( chi entra attraverso di me si troverà in salvo); più forte di tutte le prigioni (potrà entrare e uscire). Sono venuto perché abbiano la vita e l'ab­biano in abbondanza. Per me, una delle fra­si più solari del Vangelo; è la frase della mia fede, quella che mi rigenera ogni volta che l'ascolto: sono venuto perché abbiate la vita piena, abbondante, gioiosa. Non solo la vita necessaria, non solo quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita esu­berante, magnifica, eccessiva; vita che rompe gli argini e tracima e feconda, uno scialo di vita, che profuma di amore, di libertà e di coraggio. […] In una sola piccola parola è sintetizzato ciò che oppone Gesù a tutti gli altri, ciò che ren­de incompatibili il pastore e il ladro. La pa­rola immensa e breve è «vita». Parola che pul­sa sotto tutte le parole sacre, cuore del Van­gelo, parola indimenticabile. Cristo non è ve­nuto a pretendere ma ad offrire, non chiede niente, dona tutto. Vocazione di Gesù, e di o­gni uomo, è di essere nella vita datore di vita. […] L'asse attorno al quale ruota, danza il Vangelo è la pienezza di vita, da parte di un Dio definito così da uno scrittore: «Tu sei per me ciò ch'è la primavera per i fiori!».

lunedì 1 maggio 2017

Il 50' anniversario dell'ordinazione di Don Peppino

Sabato 20 maggio alle ore 18.00, nel cortile dell’Oratorio, il nostro don Peppino celebrerà la Santa Messa in occasione del 50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 24 giugno 1967.
Sarà una celebrazione di festa e di ringraziamento, anche a conclusione dell’anno pastorale, catechistico e sportivo.
Invitiamo tutti a tenere presente questo appuntamento.
Fin d’ora avvisiamo che la Messa delle ore 17.00 al Sacro Cuore sarà sospesa.